Ogni giorno è un inizio

Riceviamo da Marta e molto volentieri pubblichiamo uno splendido racconto. In cui la corsa c’entra ma sta quasi ai margini. Apparentemente ai margini. Come magari è ai margini per te, per poi scoprire un giorno che ti definisce perfettamente: corri perché sei, così. E non ci puoi fare niente. 

Percepisce l’aria.
La sente, finalmente. Addosso, che si fa strada tra la maglietta sudata e la pelle, portando con sé brividi gelati.
L’ a r i a.
Quella che ti risveglia, una mattina poco soleggiata, colpendoti dritta in viso, sulla pancia, sulle caviglie scoperte. Intorno, la città che si muove a fatica, come qualcuno che si rigira tra le coperte in attesa di essere catapultato fuori, nel mondo, da suoni inumani.
E’ presto, dannatamente presto. I colori del cielo non sembrano nemmeno quelli della solita Milano, quella solita e scontrosa e bella e difficile Milano, desiderata e poi abbandonata da tutti, proprio come molte volte, lei si è sentita.
Ma poi eccola lì, la strada dritta davanti a sé, lo sguardo fisso sull’orizzonte, i piedi che diventano polpacci e i polpacci che diventano busto e il busto braccia e mani e quelle braccia a tagliare in due l’aria, elettrica, palpabile, pesante: aria di vita.
Il movimento in avanti è istintivo, quasi irrefrenabile.
Destro, sinistro, ritmo, sempre più veloce, sempre più forte. I piedi sono saldi a terra. Destro, sinistro, mai insieme, impossibile insieme. “Come noi” pensa distrattamente “come noi due, mai insieme, mai contemporaneamente. Impossibile”.
Il suo respiro comincia a bucare il silenzio della strada, il freddo del mattino gela il fiato che esce dalla bocca socchiusa.
Destro, respiro, sinistro, respiro.
“Tu sei il respiro, io il piede sinistro”. Un pensiero fugace la attraversa ancora, un attimo prima che la sua mente cominci ad azzittirsi davvero e a delegare al corpo le sue virtù.
Lei corre.
Per quanto ancora non lo sa.
Sa di certo però, che questo è solo l’inizio.

Fissare un quadro

Inchiodata su quella sedia, fissava l’enorme quadro che campeggiava sopra la scrivania dell’ufficio.
Cascate. Rocce e cascate.
Un piccolo orologio scandiva il tempo con il classico dei ticchettii mentre, con la testa in un cassetto, l’uomo davanti a lei cercava invano qualcosa.
“Eccolo qui, diamine!” borbottò, d’un tratto, riemergendo da chissà quale burocratico mondo “Allora dicevamo… le proponiamo quindi un contratto di lavoro a tempo determinato per due anni, con garanzia di assunzione una volta concluso suddetto periodo… ah, certo, si: i primi tre mesi di formazione e prova…e buoni pasto!!
Se accetta la sede proposta – capisco che le stiamo sconvolgendo un po’ la vita – può iniziare tra un mese circa.”
Cascate. Rocce e cascate.
“Mi serve del tempo per cercarmi un appartamento.” disse decisa, spostando lo sguardo dal quadro all’uomo, dall’uomo al quadro.
“Oh beh, assolutamente. Lei ha qualcuno che potrebbe darle una mano in questo?” “Forse…”
“Benissimo, allora la chiamerò tra qualche giorno, così mi conferma la sua decisione! Ad ogni modo: benvenuta in azienda, signorina!”.
Un risatina leggera, un colpo di tosse e la mano che si allunga verso la sua, la consueta cordialità di certi istanti della vita, che si manifesta in tutto il suo essere.
Il cappotto che si infila, la porta che si apre, il saluto finale.
Per un solo impercettibile secondo pensò “Dio mio, quanto mi mancherà”. Subito, d’istinto, senza motivo, il pensiero di lui presente nella decisione.

Se niente e nessuno ti trattiene

Ma poi la vita ritorna a scorrere, puntuale con le sue scadenze, con gli obblighi del raccontare, dello spiegare, delle decisioni da prendere, del preparare il cambiamento, delle giustificazioni, delle bugie, del non detto, del tutto che cambia anche quando si preferirebbe di no.
Il veloce scorrere di quel fiume che resta, delle volte, impossibile da fermare.
“Andrò via, mi è stato proposto ed io ho accettato”. “Se è quello che vuoi, fai bene.”
Quello che voleva. Quello che voleva era talmente difficile, talmente impossibile, talmente fuori da ogni logica, talmente poco probabile, talmente diverso da quello che stava succedendo, talmente compromettente, talmente strano, talmente lontano che si risolse in un “E’ quello che voglio, certo!”, così semplice, così lineare, così chiaro, così uguale a sempre, così rassicurante, così estremamente facile da pronunciare e da pensare. Perfino da credere.
E così accadde.
Successe che un giorno, prese un treno e se ne andò, lasciandosi dietro tutto quello che aveva sempre considerato importante e costruito con estrema fatica. Accantonato così, in pochi attimi, senza un reale motivo.
Non comprese nemmeno lei il perché di questo suo gesto netto. Aveva sempre stranamente pensato che l’assenza potesse essere, molte volte, più incisiva della presenza; che il non esserci, non partecipare, non presenziare fisicamente, avrebbe potuto far scattare la leva della mancanza e quella stessa leva, d’un tratto la molla dell’amore. Quello a fior di pelle, il desiderio dell’avere quando non possiedi. Necessario, come l’aria che respiri mentre stai correndo.
Ma non è mai così.
Non esiste nessuno che ferma un treno in corsa a mani nude, che ti prende tra le braccia e ti trattiene con forza, che ti guarda dritto negli occhi e ti parla, te lo dice, che tutto il tempo passato, tutte le condivisioni, le attenzioni, i progetti portati o non portati a termine, non erano altro che l’anticamera di quel momento, una strada poco battuta che ti porta al traguardo più ambito e più bello.
Per lo meno, l’amicizia è raro che lo faccia.
L’amicizia è sempre stata un’altra cosa e lei lo sa molto bene. E’ un tenero affetto, è starsi accanto nelle scelte, supportarsi e, se necessario, lasciare andare. La maggior parte delle volte è la continua ricerca di un modo semplice per non oltrepassare la linea.
E anche quella volta, quella marcatissima linea di separazione tra i due mondi, non venne oltrepassata. Da nessuno.
La vita, come spesso accade, è un continuo andirivieni, destreggiarsi tra andare e restare, in un incessante moto ondoso che non conosce tregua.
Per lei è stato così. L’arte del non essere mai totalmente via, mai totalmente presente,
nemmeno quando, un pomeriggio di fine estate, mentre ascoltava Aretha Franklin, si rese perfettamente conto che stava perdendo tutto il suo tempo, che naturalmente non si sentiva una donna: non più. Non riguardava minimamente il concetto di possesso, l’amore come sentimento o come atto, gli occhi negli occhi, le mani tra le mani, le parole sussurrate. Lei non era più naturalmente una donna per i propri occhi, per il suo personalissimo specchio. Lei stava morendo tra le sue stesse mani, senza apparente salvezza.

Ogni giorno è un inizio

La musica risuonava nella stanza semi buia quando decise – di comune accordo con le sue gambe – di infilarsi un paio di scarpe malandate, aprire la porta di casa e scendere le scale a due a due, per fare presto; riversarsi in strada e cominciare a correre verso il sole, già parzialmente calato, in quella domenica, fino a quel momento, poco sua.
Decidere di spingere le forze ed il tempo al massimo, di correre e assaporare le sue lacrime e goccia dopo goccia sentire che non scendono più, di scansare i passanti, i turisti, i venditori ambulanti di rose, di scarpe, sorridere ai bambini, come mai era riuscita a fare, senza paura di trovarsi banale; di sentirsi forte e pronta al ritorno, ancora una volta, andare via velocemente, forse per l’ultima volta, forse no.
Ad ogni modo, farlo di nuovo, una mattina di un giorno feriale, trascinandosi dietro una enorme valigia di vita vera e di nuove consapevolezze.
“Sono tornata sai, tornata per restare. Qui.”
“Sono molto contento. Anche se io invece, io vorrei tanto andarmene via, un giorno.”
Lei oramai lo sa, lo sa perfettamente che alcune amicizie non possono permettersi il lusso di essere qualcosa d’altro. Che ci sono momenti nella vita dove devi semplicemente ascoltare, annuire sinceramente, consigliare e stare accanto. Quando serve, lasciare andare. Che probabilmente è meraviglioso per questo, che in altro modo sarebbe innaturale; perché forse il traguardo più bello, di quella specifica strada intrapresa, è già stato ampiamente raggiunto.
Il passo si fa più lento, fino alla decisione – totalmente fisica – di fermarsi.
Il respiro affannato, piegata con le mani sulle ginocchia.
Su e giù. A catturare tutta l’aria che c’è. Necessita di aria, mai come in questi momenti, vorrebbe avere la capacità di assorbirla tutta.
Milano si è totalmente svegliata, frenetica e diurna come suo solito. Tutto ritorna ad essere quello che è sempre stato: una mattina di primavera, dopo la consueta ora di corsa. La camminata verso casa, dopo l’allenamento, è sempre la più gratificante. Il calore del viso che sparisce a poco a poco e la coscienza che, ogni volta, è come un’impresa portata a termine, un limite raggiunto e spesso superato. Quella sensazione che a lei piace chiamare: miglioramento personale.
E’ bello tornare a sentirsi naturalmente una donna e, anche senza di lui, sapere con certezza di potercela comunque fare.
Nonostante ai vostri occhi possa sembrare di no, questo per lei è ogni giorno,
sempre e solo l’inizio.

(Photo Credits by Joshua Earle from Unsplash.com)

 

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