La prima volta che ne ho fatti più di 40

Non chiedermi un chilometro adesso.

Domenica 6 aprile ho corso la prima maratona della mia vita. La Milano City Marathon.
Vi ricordate, no? Il ciclista che aveva tradito la bicicletta per le scarpette.
Bene, i miei 42 chilometri contengono tante storie diverse. Raccontarle tutte è impossibile. Così provo ad andare, come quando si corre, “a sensazione”. E a raccontare i pensieri che si sono susseguiti nella mia mente, impazzita, per tre ore e mezza di autentica battaglia. Prendetele come una serie di istantanee, scattate a chilometri diversi.

Ore 9:18

Area fieristica Rho – Pero. Periferia nord di Milano. Si parte. C’è il sole, fa caldo, giornata da incorniciare. La pelle d’oca ai primi passaggi in mezzo alla gente che si sbraccia dai balconi, nella periferia addormentata. Devo andare piano: non strafare, non farmi prendere dall’euforia tipica del neofita. In un batter d’occhio ecco l’arrivo in città, guarda là il parco di Trenno dove giocavo a calcio dal bambino e lì lo Stadio di San Siro, l’Inter, Mourinho e la Champions League. 10 chilometri bevuti come un Crodino, tra ricordi e pensieri spensierati.
Km 15: ecco i primi passaggi nel centro cittadino. L’arrivo della mezza ha il sapore di un improvviso dolore allo stomaco. Lacerante e inaspettato. La tensione, lo stress o chissà magari il gel che ho appena preso. I denti stretti e la curva davanti alla stazione Centrale, sì sto tenendo alla perfezione i 4:55” al km, non mi posso fermare ora. Un secondo improvviso dolore allo stomaco, saranno i gel, sarà l’acqua, saranno i sali: ormai è chiaro, devo andare in bagno! 
Datemene uno. 
Una parola. Rapida deviazione dal percorso e salto dietro un’aiuola, accovacciato sotto i rami di un albero frondoso faccio quel che devo fare. Perdo un minuto, forse di più. Riparto. Percorro con la mano sullo stomaco tutto Corso Venezia: siamo ai 28 km. Dio, che male. 
Non ce la faccio.
Che fai, vorrai mica ritirarti? Buttare alle ortiche 5 mesi di allenamenti per un po’ di mal di pancia?

Corri, Giacomo, corri!

Proseguo come nulla fosse: il Garmin inchiodato ai 4:55”. Il passo perfetto. Corri, Giacomo, corri. Già, ma lo stomaco reclama pietà.
Attraverso piazza del Duomo in un caldo torrido da luglio inoltrato, agguanto il Castello Sforzesco e il Parco Sempione. Ingurgito una bottiglietta d’acqua. Il colpo di grazia. Lo stomaco non risponde più. Nuovo salto tra i cespugli. 
Ora, se non altro sono vuoto. E leggero come un etiope. Volo. Non sento più niente. Solo le gambe che vanno per i fatti loro. Slegate dal resto del corpo. 
Mancano 10 chilometri. Il mio passo è sceso a 4:54”. 
Siamo in Corso Sempione. Il finale che mi hanno descritto per mesi. 
Mancano 4 chilometri. I più duri. Attorno a me, un girone dantesco. Qualcuno si ferma, qualcuno sviene, qualcuno chiama la mamma. Io no.
Ai meno 2 la testa va in apnea e restano solo le gambe: il passo sempre 4:54”. Meno 1. “Dai che è fatta!” grida un concorrente a squarcia gola. Salvo poi crollare a terra dieci metri dopo. 
Io guardo l’ultimo dannato come un caduto in guerra. Manca un chilometro. Cosa è un chilometro? Niente. Giacomo, un chilometro adesso è niente. Ne hai appena fatti 41. Ne devi fare ancora uno. Tutto qui.

Un solo maledetto chilometro ancora

Col cavolo: un chilometro adesso è tutto. La vita e la morte. Non puoi chiedermi un chilometro adesso. Non ce l’ho. Dove lo vado a prendere?
Mentre me lo chiedo, sono però già diventati 500 metri. Tutti i muscoli, tutti i pensieri, tutti i sogni concentrati nelle gambe. Che non si fermano. Non ne voglion sapere di fermarsi, loro. Due stantuffi che vivono di via propria. Meno 250 metri. Non ce la farò mai. Ma non devo mica farcela io, solo loro. Le gambe. Oddio non ce la faccio. Oddio svengo. 
Non che non svengo, non che non ce la faccio: 42,197. È fatta. 
Giacomo, hai fatto la Maratona. In tre ore e mezza.
E l’unica cosa che mi frulla in testa, sapete qual è: senza quelle due soste, che tempo avrei fatto?

Post scriptum

La maratona è l’esperienza dei propri limiti. E lo scoprire che li puoi superare. 
Semplicemente e umanamente. Non c’è altro da aggiungere. Con la testa sono già alla prossima.

Giacomo Pellizzari (@ciclopericoloso)

(Photo credits from Flickr by *_Abhi_*)

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