La gioia e la corsa – Mark Rowlands: Correre con il branco

Molti iniziano a correre per dimagrire, molti per cercare se stessi, altri ancora perché ne sentono il bisogno naturale. Mark Rowlands ha iniziato perché il suo cane gli stava distruggendo la casa (era un po’ agitato) e voleva farlo sfogare. Ma Mark Rowlands non era uno qualsiasi: era forse un agente segreto? Un astronauta? Un supereroe? No: Mark era (è tuttora, a dire vero) un filosofo.

A voler essere ancora più precisi, Mark già correva da ragazzo, o forse è meglio dire che era uno sportivo: giocava a rugby e ogni tanto faceva qualche gara di velocità. Correva veloce ma per poche centinaia di metri. L’idea di correre per chilometri e chilometri non lo aveva mai sfiorato. Ma quel giorno in cui il suo cane stava trascinando la sua poltrona preferita fuori casa dopo aver piantato tutti i suoi denti nella morbida imbottitura decise che l’unica soluzione era sfiancare quell’adorabile bestiola. Facendolo correre.

Correre è inutile

Sto forzando il ragionamento, ma è proprio da questa considerazione che Rowlands inizia a ragionare: nella società moderna – pensa – qualsiasi cosa l’uomo faccia deve avere uno scopo. Anche le sue prime corse lo avevano: sfiancare il suo vivace cane. Eppure più correva più capiva che la corsa era qualcosa di più, qualcosa di addirittura inutile nella logica contemporanea. Ci sono attività estrinseche (cioè che hanno valore perché procurano qualcosa, tipo il lavoro perché procura il denaro) ed altri intrinseche, cioè che hanno valore indipendentemente da ciò che procurano: hanno valore di per sé.
Correre ti tiene in forma, fa bene al cuore, ai muscoli, alla mente, ti rende sessualmente più attraente e attivo ma non è per questo che corriamo.

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Correndo andiamo a ritroso

Uno degli aspetti più originali di “Correre con il branco” è che non parla della corsa come strumento di crescita personale, di evoluzione. Anzi: dice che la corsa significa percorrere una via a ritroso, per ritornare a porsi certe domande che ci ponevamo da bambini e che poi crescendo e diventando adulti abbiamo smesso di porci. Nell’infanzia e nell’apprendimento della corsa (nella nostra dimensione più naturale, animale e quasi pura) eravamo più vicini alla nostra origine ed essenza. Da quella ci siamo allontanati crescendo, a quella torniamo correndo. “Il fine del correre, nel suo senso migliore e più puro, è semplicemente correre”.

Hai mai provato mentre correvi quella leggerezza che provavi solo da bambino? Quella del gioco, del diletto che poi, a ben pensarci, è una specie di sospensione del tempo. Ecco, per Rowlands correre ricrea esattamente quella sensazione: “la gioia non è nient’altro che il riconoscimento del valore intrinseco della vita”. Come riconoscerlo come facevamo da bambini? Bravo: correndo.
E Rowlands è giunto a questa conclusione correndo con i suoi cani, cioè, metaforicamente, tornando alla natura: la natura umana, quella priva di sovrastrutture, precedente alla società e alle convenzioni: animale, insomma.

La fisica del cervello

“La mia mente non è vuota. Per svuotarla ho bisogno di ritmo (quello della corsa, n.d.r.)” nota Rowlands. C’è un motivo fisico per il quale abbiamo la sensazione di ragionare meglio quando corriamo: gran parte del sangue in circolo è impegnato per irrorare i muscoli sotto sforzo e il cervello (che a riposo consuma il 20% delle nostre risorse energetiche) riceve meno energia. Per questo entra in uno stato di bassa intensità produttiva: non pensa a molte cose, se non a quelle vitali. Vi si crea un vuoto (quello di cui parla Murakami) e questo vuoto viene presto animato da pensieri così poco pensati che non sembrano neanche nostri. Quelli, dice Rowlands, devono essere i pensieri che pensavamo da bambini, a quello stato devo tendere per ricordare ciò che la vita adulta mi ha fatto dimenticare, perché già sapevamo tutto ed eravamo felici. Ma per farlo devo trovare il mio ritmo: sfiancandomi e correndo con metodo. Allenarmi a ricordare ciò che avevo scordato.

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La filosofia e la corsa

E non “la filosofia della corsa”, perché una delle strutture del libro è legata al lavoro di Rowlands, il professore di filosofia di origini gallesi che ha insegnato in Francia e ora in Florida. Il valore filosofico della corsa è infatti letto alla luce delle teorie dei più importanti filosofi, da Platone a Espinoza, da Heidegger a Schopenhauer. Ti risparmierò i dettagli (anche perché non ne ho competenza) ma un cenno alla lettura che egli fa della maratona come di un susseguirsi di 3 o 4 momenti filosofici diversi è irresistibile. Avrai di certo sentito parlare della crisi del 18° km o del muro dei 30, ma sentirne parlare invece come di una corsa dentro diverse teorie filosofiche (la fase spinoziana, cartesiana, humeana per culminare nel dissolversi del sé nella fase sartriana, quella in cui “la mente si assottiglia ancor di più e passa dai pensieri al nulla”) è sicuramente uno dei punti più alti di questo libro che, non ti allarmare, è pieno di racconti di corse in luoghi stupendi in compagnia di uno o più dei suoi cani (eh sì, il branco del titolo è proprio quello dei suoi cani).

Lo scopo

“Lo scopo della filosofia è quello di dirci la verità” e la verità gli si mostra alla fine di una maratona: “Questa è la bellezza della corsa: la sua mancanza di senso”. Che è un altro modo per dire che la corsa ha un valore intrinseco, cioè non serve ad altro che a se stessa: ma “solo le cose dotate di valore intrinseco sono degne d’amore. Correre è apprendere nel corpo il valore intrinseco della vita. Questo è il significato della corsa”.

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La gioia e il piacere

Parlare di piacere parlando di corsa pare un paradosso perché la corsa è anche e soprattutto fatica e a volte dolore. Rowlands osserva però quanto la società contemporanea confonda la felicità con il piacere, che è una sensazione. Una percezione fugace di benessere, mentre la felicità è il riconoscimento di ciò che ha valore intrinseco. “Il piacere è un modo di sentirsi. La gioia è un modo di vedere”. Nella vita inseguiamo il piacere o le condizioni che (pensiamo) ce lo garantiscono. Correndo non inseguiamo nulla: corriamo e basta.

Correre con il branco, di Mark Rowlands
216 pagine € 18,00
Traduttori: Gianni Pannofino
Mondadori Strade Blu Saggi

 

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Martino Pietropoli (detto Tino Mar): la creatura Tino Mar, risultato di un esperimento riuscito non troppo bene, ha un suo laboratorio, ovviamente segreto, dal quale escono i progetti più disparati. L'importante è che siano barefoot. Appare come un tranquillo e serio professionista ma quando vede una scarpa a drop 0 perde il controllo ed esce a provarla correndo per strada. Prima però ha l'accortezza di annunciarlo su twitter. Condivide con BIG la possibilità di correre in fermo immagine ed è per questo l'altra faccia della stessa medaglia.

3 COMMENTI

  1. Bellissimo articolo, complimenti davvero!
    Non so per quale contorto meccanismo mentale, tutto il discorso mi ha fatto ricordare un vecchio cartone animato con Silvestro e Titti, nel quale il canarino era su un palo in mezzo ad un cortile, conteso fra Silvestro ed un altro gatto.
    Ad un certo punto, per raggiungere la vetta del palo, Silvestro pensa bene di indossare un costume da pipistrello, col quale comincia a volteggiare per raggiungere la meta, ma ad un certo punto Silvestro passa visibilmente dallo stato di necessità allo stato di piacere, volando solo per volare, salvo schiantarsi clamorosamente testa contro testa sull’altro gatto, anch’esso colpito dalla stessa ispirazione…
    La comicità della scena viene generata proprio dal senso di libertà totale che Silvestro trasmette in contrasto con l’improvvisa, terrificante craniata.
    L’utile contro l’inutile, che trova il proprio significato in sé e di null’altro necessita…
    Ma anche e soprattutto l’uomo solo di fronte a sé stesso ed ai propri limiti, capace di superarli solo quando diventa capace di accettarli.
    Mamma mia, non vedo l’ora che arrivi domattina per rimettermi su strada per continuare il gioco!

  2. bellissimo commento e bellissimo libro. il capitolo sul valore intrinseco lo consiglio a tutti, anche a chi non corre!

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