Grazie corsa, Grazie Boston

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Prendetevi tempo, se volete leggere questa storia.
Mettetevi comodi sul divano, o al parco distesi al sole su una bella coperta, perché per leggere una storia di fatica è meglio farlo lasciarsi trasportare via dalla tranquillità e potersi rilassare. Proprio come la sto scrivendo io ora al sole, qui sulla panchina più comoda di Central Park, con molta gente che fatica intorno a me (di corsa).

Prima

Domenica sera avevo iniziato a scrivere un pezzo. Si chiamava provvisoriamente ‘La linea di partenza’. Avrei voluto inviarlo in modo che potesse essere pubblicato in contemporanea mentre io e Jack avremmo corso la Boston Marathon, lunedì 21 aprile. La linea di partenza era il motivo che fondamentalmente ci accomunava e che aveva portato entrambi ad essere lì. Tutti e due al via di una maratona prestigiosa e la cui edizione significativa davvero tanto dopo ciò che era successo lo scorso anno. Penso che Jack avrà modo di scrivere i suoi pensieri a riguardo, perciò mi limito a raccontarli da parte mia.
Per lui posso solo rinnovare la mia profonda stima per il traguardo che ha raggiunto chiudendo questa maratona con solo 2 mesi di allenamento dopo 5 mesi di infortunio: congrats Mr. Jack!

Boston strong

E ora torniamo a lunedì mattina. Decido di correre con una canotta che porta il messaggio ‘Stronger every run’ legato a un progetto benefico legato alla Challenged Athletes Foundation. Il mio intento è in realtà quello di tutti i runner e i supporter sul percorso (gente presente ad ogni singolo metro, perdinci, mai vista una roba così!): riprendiamoci ciò che ci appartiene. La corsa, lo sport, una Boston non ferita dagli attentati, un movimento di corsa intenso ri-affermato da migliaia di runner che corrono insieme. Ribadiamo che ciò che è successo non fermerà la voglia di correre delle persone, ma anzi le farà correre e ancora di più. ‘Boston strong’ è il messaggio che si può leggere ovunque, dalle magliette, ai cartelli, alle vetrine dei negozi.

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Mi trovo sulla linea di partenza da sola, a malincuore: Jack e gli altri compagni di viaggio sono più veloci e partono nella wave prima della mia. Non sono fortunata e nonostante le migliaia di ragazze che corrono, non faccio amicizia con nessuna. Però che bello per una volta avere una percentuale di ragazze (e scusate se lo scrivo, ma le runner americane sono di una bellezza imbarazzante!) così alta. Va bene così, ancora prima di partire capisco che con un pubblico del genere, sarà impossibile sentirsi sola. Accantono velocemente il mio progetto ’26 sMiles for Boston’ (avevo pensato di farmi una selfie con il supporter più infuocato e divertente ad ogni miglio, ma il numero di noi runner sul percorso è tale che non riesco nemmeno a spostarmi ai lati della carreggiata).

Dopo la discesa cosa c’è?

Che figata correre sentendosi incitare a quel modo. Sentirsi un’atleta supportata e rispettata come un’olimpionica. E questo accade ad ogni singolo runner che c’è sulla strada da Hopkinton, cittadina di partenza, a Boston e per ogni METRO di strada. La prima parte di questa maratona, almeno fino al 16km (per quello che mi ricordo, eh!) è praticamente in discesa. Così in discesa che pare di avere i roller.
Incurante di quel che sarà, faccio andare solo le gambe. So che prima o poi arriveranno le tanto temute colline, ma come dico io ‘cazzomene’: con un pubblico così ci arrivo a forza di incitamenti alla fine, yeah.

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Ah! Come sono sempre maledettamente ingenua. L’unica cosa intelligente che ho deciso di fare è stata quella di vestirmi leggera. Dopo la partenza (10.25) inizia a farsi un caldo allucinante sul percorso, nonostante il freddo e il vento delle giornate precedenti. Al km 25 sento che non ne ho più. Ho esagerato e inizio a sentire i primi segni di fatica e disidratazione. Una sete perenne e uno sforzo esagerato ad ogni spinta che le mie gambe provano a dare.
E poi arrivano le famigerate colline.

Ricordo solo che mi avevano detto: sono 5. Beh, io non riesco nemmeno a contarle. La fatica si fa sempre più sentire. Inizio a non ascoltare più le persone che incitano (tutt’ora mi chiedo come diavolo facessi) e se le sento mi danno fastidio. Bevo ad ogni ristoro, che è ad ogni 2 miglia circa. Non basta.
Una certa voce si fa spazio agilmente in quella condizione: “Non ce la fai. Cammina. Fermati. Rinuncia.
Sì, forse devo ammetterlo, non sono preparata, dai. E poi basta questa fatica. Questa sete. Questo caldo. Quasi quasi…”
E poi automaticamente mi ripiglio. Magari nel bel mezzo di una collinetta. O mentre riprendo il controllo (più o meno) del mio passo in discesa.
E mi sgrido da sola. “Daicazzo Anne, ma tu sai quanto sei fortunata ad essere qua? Ma hai presente cosa vuol dire? Dai su, ora piantala arriva in fondo e taci”. Ho trovato una foto dove giuro, secondo me mi stavo proprio dando la bacchetta sulle mani per quello che stavo pensando.

Decido di arrivare in fondo. È la corsa baby, nessuno mi ci ha costretto a farla e penso sia sempre un grande dono poter essere lì. Ok, il traguardo arriverà. Confondo miglia con km, perciò al 23esimo miglio non capisco più bene quanto mi manca, perché sbaglio a fare la conversione. Maledetti anglosassoni che fanno sempre a modo loro!

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Cambio idea, per fortuna

Riconosco una strada, quella prima del traguardo. Vedo gente che sfreccia a destra e a sinistra (ma come cacchio fanno?). Poi vedo al centro della strada una ragazza con una maglia color salmone che si affloscia. Un runner sui 50 si avvicina e l’aiuta ad alzarsi, mentre io il sorpasso. Penso “Ecco, la solita amoria della fine. Non ci pensare, vai vai che sei arrivata”.

E poi non so cosa mi succeda. Se abbia chiuso gli occhi o se abbia davvero letto da qualche parte: ‘we run together’ non lo so. Le mie gambe si inchiodano, come se avessi i freni a disco. Mi dico che sono una scema. Che se sono lì e ignoro quello che ho appena visto, non sto portando granché a quella corsa e che il messaggio che ho stampato sulla canotta è solo una bandiera di rappresentanza.

Torno indietro di una decina di metri, verso i due. La ragazza non riesce a stare in piedi, così le metto un braccio intorno al mio collo. Il signore si assicura che stia in piedi in una qualche maniera e riparte. E io sento di avere Bernie di ‘Weekend con il morto’ appoggiato a me. Non è pesante eh, ma non è che si muova granché.
Stoppo l’orologio. 41,83km. No dai, ma non esiste. Le dico che non ci pensi nemmeno a fermarsi lì. Che si arriva insieme a quel cacchio di traguardo, perché siamo lì per quello. E fin lì era stata bravissima, cacchio!
Così camminiamo, o meglio cammino e la trascino. Ogni tanto faccio cambio lato velocissima, cercando di tenerla in equilibrio. Mi sembra uno scriciolino, eccetto per quando perde le forze e rimane a peso morto.

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Tagliamo il traguardo insieme.

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Che dire. È stato il traguardo più ‘pieno’, felice della mia vita. L’ho affidata subito ad un infermiere e l’abbiamo messa sulla sedia a rotelle. Mi guardava con degli occhi direi ‘acquosi’… Non credo si stesse rendendo conto di ciò che stava accadendo. Ho ritirato la mia medaglia e sono andata subito in sbattimento perché lei non ce l’aveva e io non sapevo come fare a recuperargliela. Sono tornata alla tenda dei soccorsi, ma senza numero di pettorale non mi potevano dare info, troppo persone dentro.

Un po’ rassegnata mi sono avviata a festeggiare con Jack la nostra impresa. Il traguardo meritava parecchie birre, e dovevamo reidratarci più che bene!

Onestamente mi sono chiesta come stesse Diana, il nome era l’unica cosa che mi era riuscita a dire. Ma non avendo modo di risalire a lei (no ho pensato banalmente alla classifica!) ho lasciato perdere. Addirittura ho visto il ‘nostro’ tempo grazie al mio allenatore ne mi ha scritto un sms per farmi i complimenti.

La meraviglia vera è arrivata il giorno seguente… Mentre gironzolavo per il campo di Harvard, vedo un tweet, anzi una serie di tweet: Diana mi aveva trovato e mi aveva ringraziato.

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Se mi fossi voluta inventare una storia più bella, non ci sarei riuscita. Ma la figata totale, è che questa storia è vera e io sono la runner più fortunata del mondo ad averla vissuta in prima persona.
Il running per me da quel traguardo, non è più lo stesso.

Grazie Boston, grazie Diana.

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Annalisa Zannoni (detta Anne): lo sguardo che pietrifica, la voce che stordisce, i tentacoli che stritolano. Sono tutte caratteristiche...che non le appartengono. I tentacoli forse ma non ho mai guardato troppo bene. Anne vive in vari posti, basta che si trovino tutti sulla linea di partenza di una maratona qualsiasi. Di professione fa l'ottimista. Ha da tempo iniziato il suo processo di trasformazione in donna bionica, sostituendo con delle protesi fatte di sushi le articolazioni infortunate. E' a buon punto ma ultimamente si è fermata sul processo di bionicizzazione delle caviglie dove è richiesto del wasabi aggiuntivo. Presto però sarà ultimata e allora il suo progetto di conquista del mondo potrà continuare. E noi la seguiremo come in quel quadro dove c'era la libertà con le poppe di fuori (che però è di schiena e quindi tutti corrono per vedere cosa c'è davanti), anche se Anne è più pudica.

10 COMMENTI

    • esatto,ho fatto il tempo per qualificarmi a Firenze 2 anni fa … ma considera che per noi femminucce è mooolto più facile :)

  1. essendoci stato condivido pienamente le tue parole, mi viene quasi da piangere dalla commozione a leggere il tuo articolo. bravissima

  2. ciao Patrizio, io ti assicuro che mai avrei pensato in vita mia di vivere una cosa del genere e invece … ! E’ il bello della corsa, perciò who knows? L’importante è sapere individuare velocemente ciò che conta di più mentre corriamo :)

  3. Beh, come si dice: la fortuna aiuta gli audaci! Ti ritieni fortunata, ma quella gioia l’hai costruita tu! Complimenti, gran bella vittoria questa.

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