Correre a Roma e a Milano. Etnologia del runner da città.

Ci sono momenti della vita che puoi vedere come gli ennesimi: “Ma-uff, ci mancava solo questa”.
Oppure li puoi trasformare in grandiose occasioni per approfondire la tua conoscenza sull’essere umano.
In questi ultimi mesi, una certa forma di pendolarismo diviso a metà un po’ su Milano e un po’ su Roma, che inizialmente mi aveva un po’ preoccupato perché pensavo avrebbe portato via molto tempo ai miei allenamenti, mi sta in realtà permettendo di raccogliere utilissimo materiale etnologico su quel curioso essere che è il runner, di cui non nego di avere alcune caratteristiche.

Prima di iniziare chiedo cortesemente ai miei conoscenti nelle due città qui sopra nominate di fare voto solenne di:
1. Non bucarmi le gomme.
2. Non fottermi gli asciugamani mentre mi faccio la doccia post corsa e/o di non chiudermi in bagno.
3. Non darmi indicazioni sbagliate nel caso capiti dalle loro parti e gli chieda informazioni sulla via xy o su un percorso figo da correre nelle loro città.

Runner (milanesi) imbruttiti

Essendo mattiniera, mantengo la mia abitudine di correre in orari in cui anche Milano riesce ad essere “placida”. Sì, come un’innocente cittadina di provincia: poche macchine in giro, ai semafori puoi passare con il rosso (questo in realtà non l’avete mai letto, ma un demone si è impossessato della mia tastiera per le ultime 3 righe) e riesci a sentire profumi diversi nelle strade che non siano quelli più comuni dei gas di scarico.
E poi all’angolo incontri lui, questi personaggi che vorresti fermarli e chiedergli: “Perché lo fai disperato “ragazzo” mio?” Runner che, tutti sciancrati, si trascinano le gambe con completini improbabili e un po’ bruttini …che poi dico: bello eh, allenarsi con le maglie che regalano alle gare, ma farei una selezione, basata almeno sul materiale della maglia. Che già è dura correre, già sei sciancrato ma almeno non scegliere il cotone più abrasivo sulla faccia della terra per soffrire di più (a meno che a me non sia sfuggito qualcosa di punitivo nell’atto della corsa). Sbuffano e faticano tantissimo; ad ogni giro, sembra abbiano appena terminato una tappa della Marathon du Sable in piena Milano; se ti guardano, lo fanno di sbieco, perché troppo grande è lo sforzo di accennare un sorriso, pena la perdita di un arto o di un dente. Ma in fondo li ammiro, comunque sia hanno una motivazione tutta loro (che spero prima o poi uno di loro si fermi e mi spieghi una di queste mattine)

La runner figlia dell’ispettore Gadget

Poco dietro, all’orizzonte, intravedo una figurina più aggraziata, minuta. A volte è sola, a volte in coppia con l’amica. Il passo è tranquillo, gli occhi sono vispi ma la cosa che davvero mi spinge a fissarla è: come diamine riesce a portarsi dietro tutto quell’armamentario? Vedo correre ragazze alla mattina alle 6.30 o alle 7, come se stessero per partire per il Vietnam. Il Mekong può essere durissimo, visi gialli. Oppure con marsupi che nemmeno gli indimenticabili Invicta degli anni ’80 potevano contenere così tanti oggetti. Il vero mistero in tutto ciò è che loro nemmeno se ne accorgono di queste cose che sballonzolano da tutte le parti: noi donne siamo sempre incredibilmente fortunate, abbiamo argomenti validi di cui parlare tra di noi e che ci distraggono dalla fatica anche negli orari più illegali, beate noi!
Ed ora, fate come me, prendetevi un treno e trovatevi a Roma. Stessa situazione di Milano, una mattina presto durante la settimana. Uscite belli grintosi e andate in un luogo qualsiasi del centro di Roma (sì, lo so che il centro è grande, ma ho bisogno di definire un area simile) per farvi ‘na corsetta.

“Perché io “so’ PRO”

In questa concisa frase, sta tutto un mondo di runner romani.
Più uomini che donne, o almeno la mattina il panorama è nettamente dominato dai primi. Li vedo avvicinarsi a rapide falcate. Sento i loro sguardi cercare subito la canotta della mia società.
Niente, non riescono a identificarmi. Straniera? Probabile. Soppesano allora con occhio esperto il mio modello di scarpe e il chilometraggio. Rapidamente riescono a schedarmi runneristicamente e altrettanto rapidamente mi superano con snobberia di chi va più forte. Secondo me fanno anche “tsè” con il naso e il mento, solo che io (probabilmente indaffarata a chiacchierare con il mio compagno di corse) non riesco nemmeno a vederli.
Segni particolari: braghino svolazzino e canotta della società a giro ultra largo di ascella.

Runner “volemose bene”

Devo dire che a Roma sono rimasta piacevolmente colpita da una serie di runner che senza un motivo particolare mi hanno incrociata e salutata come se fossi la Madonna in apparizione speciale a San Pietro. Giuro, true story.
Devo dire che è stato bellissimo, cioè accogliente da paura, anche se un po’ spiazzante. Ma come si risponde a dei saluti esagitati come se insieme stessimo per tagliare il traguardo di una maratona? Perché io, sono abbastanza banale e sempliciotta, un sorriso e un’alzata di mano,e via, ma chi se le aspetta certe sbracciate in stile “Forza mmagggica!”? Qualcuno mi insegni o presto soccomberò.

Detto questo: non intendo offendere né i romani, né i milanesi, anche perché in fondo ormai mi sento adottata un po’ di qua e un po’ di là. Anzi, a dirla tutta ripesandoci potrei dire che io stessa sono stata un po’ delle varie tipologie che ho citato (altrimenti col cacchio che riuscivo a raccontarvele certe cose).

Ma quello che mi piace sempre pensare è che in fondo, non bisogna mai prendersi troppo sul serio.
Perché soprattutto quando corriamo siamo bellissimi così come siamo :)

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