Come riconoscere un orientista

Su runlovers si parla di running e si è sempre dato spazio ai diversi tipi di runner: dall’ultramaratoneta al tapascione, dallo skyracer al glam-runner delle cittadine e delle color-run, nessuno è escluso… ok, quasi nessuno: un escluso ci sarebbe, e forse non è un caso: l’orientista amatoriale.
Diciamolo subito: l’orientista professionista – ovvero colui che pratica orienteering ai massimi livelli – è un atleta coi controfiocchi, capace di coniugare prestazione fisica intensa (che consiste in una corsa agilissima fuori dai sentieri, spesso lunga, su terreni talvolta accidentati, scoscesi o resi impraticabili dalla vegetazione) e costanti concentrazione e lucidità di pensiero.
Tanto di cappello all’orientista professionista, ma non è di lui che parleremo.

Oggi vi proponiamo un piccolo vademecum per riconoscere l’orientista amatoriale – ovvero l’agonista non professionista – anche al di fuori del suo habitat, prima che si palesi come tale; poi starà a voi decidere se sia il caso di evitarlo o meno.

1. Tenuta bizzarra

A causa della scarsa popolarità e spettacolarità di questo sport, le tute da orienteering non sono ancora diventate terreno di scontro delle grandi marche di abbigliamento sportivo, così la definizione più gentile che si può dare delle tenute da gara diffuse fra le società sportive italiane è “pigiamone sintetico libidocida”; esso – forse anche per ragioni di visibilità nel bosco – è caratterizzato da molti colori accesi, arditamente accostati.
A furia di gettarsi fra i rovi, anche le tute più resistenti si lacerano, e gli atleti più forti e indomiti (o imbranati: gli estremi, in questo caso, si assomigliano) si riconoscono dal numero di rattoppi sulle braghe.

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Assuefatto a queste mise, l’orientista-amatore sarà perfettamente a suo agio in qualsiasi situazione con indumenti sdruciti e un look complessivamente poco curato. Nelle occasioni formali, l’abitudine alla disarmonia può comunque indurlo a presentarsi come uno sbandieratore del palio di Siena.
In ufficio, è quello con la camicia a quadrotti azzurri e la cravatta a righe diagonali bianche e arancioni, che gli ricorda tanto le lanterne.

2. Privo di olfatto

Il pigiamone multicolore libidocida è pure prodotto in materiale sintetico (sintetico, si badi, non “tecnico”) resistente – per quanto possibile – agli strappi; il che lo rende pratico, ma non profumato.

Attraverso anni di pratica dell’orienteering e la conseguente frequentazione di spogliatoi sovraffollati di orientisti, il nostro ha sviluppato la capacità di interrompere l’invio di segnali dalle papille olfattive al cervello, quando non ha del tutto bruciato le prime.
È il collega che, quando fate la pausa pranzo ai giardinetti, continua imperterrito a mangiare il suo panino anche dopo che, nel tombino proprio di fronte a voi, ha iniziato a lavorare il camion dell’Italspurghi.

3. Nutrizione casual

A differenza del runner puro, che anche a livello amatoriale è attento all’alimentazione, specie quando le sue gare richiedono un impegno prolungato, l’orientista non va tanto per il sottile.
Poiché le gare più belle implicano spesso una trasferta, se non addirittura un breve soggiorno, egli sceglie sovente il cibo in base al criterio economico, e pazienza se è pizza fredda, perché il ragazzo in motorino non trovava il campeggio, o insalata di riso portata da casa due giorni prima: il carboidrato la sera non lo spaventa.
Spesso risolve il pranzo spazzolando tutti i GranTurchese del ristoro dopo-gara, ed è abilissimo nel riconoscere le erbacce commestibili.

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Lo riconoscete perché è quello che va via dalla trattoria con un fagottino di avanzi e guarda con sospetta concupiscenza i vostri polpacci, torniti e abbronzati come succulenti cosciotti arrosto.

4. Terminologia insolita

Il lessico specifico dell’orienteering non è molto ampio, ma gli orientisti hanno dato vita a un socioletto che annovera interessanti espressioni.
Il luogo dal quale si sceglie di provenire per raggiungere un punto di controllo durante una gara, ad esempio, è detto “punto di attacco”; per il tragitto necessario, si parla quasi esclusivamente di “scelta di percorso” e così via.
Purtroppo, alcuni orientisti permettono a queste espressioni di entrare nel loro linguaggio quotidiano.

Se, interrogato su come arrivare in Galleria Vittorio Emanuele dalla fermata della metro di Cordusio, a Milano, il vostro nuovo amico vaneggia di “tre punti di attacco” e definisce via Grossi “la miglior scelta di percorso, anche in considerazione dell’afflusso di persone in piazza del Duomo, che fa automaticamente scartare via dei Mercanti”, state certi che è un orientista.

5. Repulsione per l’asfalto

L’orientista integralista sostiene che l’orienteering si debba fare in lande selvagge, meglio se contaminate solo dal passaggio di cartografo e posatore; i più ritengono che le gare in centro storico siano una mostruosità, sintomo della decadenza della civiltà occidentale, e si presentano, al massimo, solo gli appuntamenti più tecnici e affascinanti, come il compianto meeting di Venezia.

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Se nel vostro nuovo giro c’è uno che cammina con i Birkenstock nelle aiuole spartitraffico, pur di sentire un po’ d’erbetta sulle caviglie, potete nutrire fondati sospetti su di lui.
Se andrete a correre insieme e gli proporrete un bel percorso su strada, lo vedrete far buon viso a cattivo gioco, dapprima; proporre alternative sempre più ruspanti, poi; prodursi, infine, in uno straziante lamento per la monotonia del paesaggio e perché “non c’è niente da fare”.
Da un momento all’altro potrebbe tirar fuori una pagina di giornale per non perdere l’abitudine di leggere correndo, con la scusa che “non bisogna neanche guardare dove si mettono i piedi”.

6. Avversione al navigatore

L’orientista, solitamente, non ha il navigatore in macchina, né ha una app nel tablet o nello smartphone, neppure se deve andare all’estero.
Se ce l’ha, è per il solo gusto di criticare.

Ci sono elevate probabilità che il vostro nuovo amico sia un orientista se, durante il viaggio per andare a trascorrere una settimana al mare in Dalmazia, estrae trionfante dal cruscotto una cartina della Yugoslavia dell’85, priva delle attuali autostrade e completamente illeggibile sulle pieghe, sostenendo spavaldo che vada benissimo lo stesso, perché “le forme del terreno non cambiano”.

7. Morbosa attrazione per le cartine

Le cartine piacciono a tutti, alzi la mano chi – almeno una volta – non si è incantato a immaginare percorsi sull’atlante del Touring Club.
L’orientista, però, ha per le mappe e le cartine un’attrazione che sfiora il morboso. Archivia gelosamente e ordinatamente quelle delle gare cui ha partecipato, ma, se all’organizzazione avanzava una copia, la troverete nella sua agenda, per qualche “allenamento a secco”.

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Al centro commerciale e all’outlet, lo trovate in contemplazione estatica della planimetria; nei casi più gravi o in periodi particolarmente difficili, non disdegna di dare un’occhiata al plastico di Bruno Vespa.
Lo riconoscete perché lo sfondo del suo desktop è un pesce con degli scarabocchi rosa e verdi. E no, non è un pesce: è la carta di Venezia con il percorso Elite e le scelte del vincitore.

Non appena avrete acquisito un poco di confidenza, si manifesterà anche l’ottavo, conclamato e inconfondibile sintomo: il lunedì vi avvicina con lo sguardo assatanato e una cartina stropicciata, e vi inchioda al muro, descrivendovi minuziosamente le scelte di percorso proprie e degli avversari; a quel punto, però, sarà troppo tardi per evitarlo.
Solo, non dite che non vi avevamo avvertiti.

 

(credits immagine principale: ©iStockphoto.com/serggn)


Per questo contributo ringraziamo Larrycette:

Larry (@Larrycette), dopo numerosi tentativi di scansarsi, si è accostata all’orienteering e alla corsa a causa del marito. Sul blog larryetsitalia.net racconta come è diventata la peggiore orientista d’Italia, Austria, Slovenia, Croazia e Ungheria; il prossimo ottobre correrà per il titolo scozzese.
Ci tiene a ricordare a tutti che una volta ha finito una maratona.

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