#ancheio sono una runlovers!

Ecco la storia di Francesca, marchigiana, trentenne o giù di lì che – per molti versi – sembra quasi un manifesto delle motivazioni che hanno portato a correre molti di noi e, contemporaneamente, di cosa si può provare per la corsa una volta che hai mosso il primo passo. Una delle tante dimostrazioni di amore per il running, uno dei tanti modi per dire “#ancheio sono un/a runlovers!”.


Una domenica di inizio marzo. Ore otto di mattina.

Maglia termica, leggings e calze a compressione, Saucony. Sonno, tanto sonno.

La mia prima 10 km. Facile, se non fosse che non ho mai corso dieci chilometri. Percorro la via principale della mia città e  arrivo al punto di partenza. Se ci metto un’ora e un quarto, anzi, se arrivo alla fine, è già un ottimo risultato. Indosso la maglia della mia palestra, non mi scaldo nemmeno. Non capisco che sto partendo, tante sono le persone dietro quello start che mi travolgono come un fiume in piena.

Che poi, qualche chilometro in passato lo avevo corso. Cinque, sei, tutto il lungomare, otto. Con il fiatone, con l’energia di fare ogni volta qualche metro in più. Ma dieci mai. Lo giuro. I chilometri scorrono, affianchiamo il porto, mi metto in scia a qualcuno che ha più o meno il mio passo, lo mollo dopo un po’ perché il fiato mi abbandona.

Brividi.

Non di freddo, ma pur sempre brividi. Di fronte al porto, affianco le barche,  respiro l’odore di combustibile dei vongolari di rientro,  e ancora brividi. Pianura, per fortuna è tutta pianura. Ormai ho perso la mia amica che sarà qualche centinaio di metri più avanti. Non importa, chissà se ci arrivo a fare questi dieci chilometri. Costeggio il lungomare, ne mancano ancora tre. Saluto.

“Anche tu?”

“Ci vediamo lunedì in palestra!”

L’ultimo chilometro. Ne ho fatti nove?

Sorrido, incredibile. Vorrei fermarmi, ma ormai è fatta. Si corre con la testa, col cuore, e dopo tutto anche con le gambe (e con il ginocchio dolorante).

Gli ultimi metri. L’arrivo. 58 minuti. Wow!

Ci si ferma a chiacchierare con gli amici, si mangia qualcosa, è il momento delle #pubblicherelazioni. Perché con tutta quell’adrenalina, con le endorfine in circolo, non sento più niente. Sono la mia droga, la mia salutare droga.

Poi un mese dopo, la prima Spartan Race italiana. Il Foro Olimpico, Roma, lo stadio dei Marmi. Il passato e il presente dello sport, i cinque chilometri, quindici ostacoli più o meno folli e io #nonohopiùpaura. Di nuovo adrenalina, soddisfazione. Chi l’avrebbe mai detto, anche solamente pochi mesi fa, che mi sarei ritrovata ad affrontare questi percorsi challenging. Con la volontà, con la convinzione che non è mai troppo tardi per fare cose di cui non sarei mai stata capace.

E ora?… È passato qualche mese ormai. Fondamentale. Chiusa una storia importante, logorante, appassionante. In cui ho dato “verità, corpo, anima e cervello”.

Cinque anni e mezzo della mia vita racchiusi in un #nontiamopiù caduto come un macigno sopra la testa. Nell’indifferenza di un #vogliostaredasolo, e di uno stupidissimo #nonseitusonoio.

Si va avanti, never look back, it’s all ahead.

E come avrei fatto, se non avessi avuto la mia dose (quasi) quotidiana di endorfine. Il mio allenamento di running, il mio WOD di Crossfit.  Mentre mi imponevo di non mollare e mi struggevo per il colpo, mentre provavo un dolore fisico a tratti superiore a quello mentale, non ho mai rinunciato ai MIEI momenti di sport. Trascinandomi, a volte con le lacrime a gli occhi per i risultati scarsi dopo tanti progressi degli ultimi mesi. Con il respiro affannoso, senza forze, con tanta stanchezza che pian piano si stava trasformando in rabbia, e poi in delusione, e poi nella certezza che #nontiamopiù non era un problema né un duro colpo ma un’opportunità.

Ora so che ce la posso fare, che devo credere in me stessa, che posso superare (o almeno provarci) i miei limiti, e pormi qualche obiettivo più sfidante, senza fermarmi davanti ad un #nonnesaròmaicapace di default.

Devo ringraziare tutto quello che ho vissuto in questi mesi. I #nontiamopiù, i #nonhopiùpaura, i #lodevoamestessa, i #sembraveromanonè, gli amici che mi circondano e ogni giorno mi danno la carica per affrontare serenamente la giornata. E che condividono con me le stesse passioni, per il nuovo look fluo, per gli shorts troppo corti #manelcrossfitsiusacosì, per le nuove A3 da running che dopo 6 mesi sono da buttare, quando fino a un anno fa credevo si potesse correre con le Nike Free. Che non mancano mai nei miei outfit, anche con il jeans e la giacca, perché #oggisonoIO. Sport addicted, runlovers, fashion victim.

“Ed in qualunque sera ti troverai
non ti buttare via
e non lasciare andare un giorno
per ritrovar te stesso
figli di un cielo così bello
perché la vita è adesso”

Sullo stesso argomento:
Colazione vegetariana per il Runner

5 COMMENTI

  1. Ciao,
    mi sono registrato solo per commentare: per commentare che questa storia è stata un pugno allo stomaco ed un “riportare alla mente” emozioni che mi hanno spinto a correre.
    Complimenti, you’ll never walk alone!

    • Ciao Knut e grazie per il commento. Sono felice di aver trasmesso in poche righe un’emozione a chi come me ha iniziato a correre pensando che fosse un ripiego al non riuscire, per esempio, negli sport di squadra. Eppure ho trovato appassionati, amici, paesaggi, adrenalina di cui ora non posso fare più a meno! :)

  2. Che belle le tue parole…benzina per una che aveva quasi mollato!

    ….ps sai, anche io credevo di poter correre con le nike free…

    • Grazie Chiara! Never give up :)

      io mi sono accorta di non poterci correre quando aumentavo le distanze e anche i dolori.. ma ci siamo passati tutti a quanto pare (donne fashion ancor di più!)

      Buona corsa!

      • Vedo che abbiamo passato tutte la fase Nike Free… io ho capito che qualcosa non andava quando tornavo con la schiena a pezzi!

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