Quella volta che a Parigi scoppiai

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Non ce la posso fare a farcela.

Quasimodo. L’immagine del gobbo campanaro di Notre Dame rende perfettamente l’idea della postura informe che avevo assunto in quei tremendi ultimi dieci chilometri che mi separavano dal traguardo della maratona di Parigi. Tutto per colpa del più stupido degli errori: cattiva alimentazione.

Puoi macinare decine e decine di chilometri durante l’inverno, correre col freddo, sotto la pioggia battente e persino sulla neve pur di rispettare la preparazione, ma se stecchi il giorno prima della gara, tutto quello che hai costruito crolla come un castello di carta al minimo soffio di vento e la tua unica speranza è quella di riuscire a sopravvivere alle macerie. E questa volta ho steccato di brutto!

La crisi di zuccheri.

La sto facendo un po’ troppo tragica? Probabilmente sì, ma credetemi: non auguro veramente a nessuno di affrontare la crisi per calo di zuccheri che mi ha assalito già dal quinto chilometro della maratona di Parigi e che si è trascinata fino all’arrivo, dove finalmente ho spazzolato il tavolo del ristoro finale.

Tutto questo perchè il sabato prima della gara, invece di starmene buono e tranquillo, concedendomi magari una breve passeggiata per le strade della ville lumiere, e concentrandomi su un sano carico di carboidrati, ho deciso da incosciente quale sono di andare a fare una gitarella tutt’altro che rilassante a Disneyland Paris.

Non solo. Non contento di essermi sbattuto tutto il giorno tra le varie attrazioni del parco, la sera – visto che non si riusciva a trovare un ristorante o anche solo un fast food aperto – ho cenato con un sacchetto di patatine alla paprika, rinviando il carico di carboidrati alla colazione pre-gara (bambini, non fatelo a casa!!).

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Fin qui, ancora non mi ero reso conto della follia alimentare che avevo commesso. Anzi! Posso dire che mentre attraversavo Parigi in metropolitana per andare all’arco di Trionfo ero ancora abbastanza spavaldo e soprattutto convinto di poter gestire con tranquillità la gara, partendo cauto per poi accelerare nella seconda parte e magari chiudere entro le tre ore e cinquanta minuti. “Si. Può. Fare.” diceva una vocina dentro di me, ma ero ancora inconsapevole che quello era il delirio di un folle.

Polleggiandomi verso la partenza. Confidente. Troppo confidente.

Mi preparo, deposito la borsa e mi avvio verso gli Champs Elysees, cercando la griglia dalla quale sarei dovuto partire.

Panico! Provate a immaginare più di quarantamila persone strizzate in una strada lunga quasi due chilometri. Un fiume umano traboccante ai lati di runner che entrano ed escono dai cancelli, che dall’arco di trionfo punta dritto verso i giardini delle Touilleries. Tutti pigiati uno contro l’altro, con accanto decine e decine di bagni chimici, dove solo a passarci accanto per un istante si acquisisce la piena consapevolezza che quella di Parigi è veramente una maratona internazionale.

L’aria mattutina di Parigi è abbastanza pungente, così i runner si stringono tra loro per sentire meno il freddo.. attendendo lo start della propria onda.

Poi, dopo che sono partiti gli alieni e le divinità pagane (i top runner), i semidei (quelli che corrono la maratona in meno di tre ore) e i runner avanzati (tre ore e trenta), finalmente arriva anche il turno di noi comuni mortali (quelli delle 4 ore per capirci).

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Il tracciato della maratona di Parigi è veramente bello e – se ben interpretato – anche abbastanza veloce. L’importante è non perdere troppo tempo a scansare i parigini che, superate le transenne, invadono la sede stradale per incitarti ancora più da vicino. Calpestateli e il vostro primato personale ne guadagnerà di sicuro.

Un percorso straordinario. Ma avevo altri pensieri a cui pensare.

Il percorso parte da avenue de Champs Elysees, lasciandosi alle spalle l’arco di trionfo, scende verso place de la Concorde; scorre lungo rue de Rivoli; costeggia l’infinito museo del Louvre e arriva a place de la Bastille (5km). Qui svolta a sinistra; risale per le stradine di Parigi; entra nel bois de Vincennes e dopo averlo attraversato per quasi tutto il perimetro, torna di nuovo verso place de la Bastile. A questo punto il tracciato sterza bruscamente a sinistra, puntando verso la Senna. Raggiunto il fiume, lo costeggia per una decina di chilometri, attraversando i lunghi saliscendi dei sottopassi di quai des Celestines e voie Georges Pompidu, con gaudio e gioia delle ginocchia dei runner, per arrivare al Trocadero dove, dopo essersi lasciata alla sinistra la Tour Eiffel, svolta verso un altro enorme polmone verde di Parigi: il bois de boulogne (35°km). Infine, dopo aver girato per circa 7 km tra le vie del parco, coi suoi simpatici saliscendi, si esce dai cancelli di Porte Dauphine per puntare di nuovo verso l’arco di trionfo, arrivando da avenue Foch. L’arco è proprio lì davanti a voi, con la sua mole maestosa, ad osservarvi alzare le mani al cielo.

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Ecco, lungo questo bellissimo tracciato, in quella che avrebbe dovuto essere una delle gare più importanti della stagione, io sono scoppiato già al quinto chilometro.

Siano benedetti i ristori.

Tanto per intenderci: di solito durante una maratona io non mangio. Mi limito a prendere due carbogel al 15° e al 35° km e del magnesio tra il 25° e il 30° km. Di solito, però, sono anche abbastanza scrupoloso nell’alimentazione pre-gara, o quanto meno non mi tiro indietro davanti a un bel carico di carboidrati.

Qui invece, già al 5° km ho dovuto avventarmi sulle zollette di zucchero presenti al ristoro; al 10° Km ho bissato e non ho fatto i complimenti neppure al ristoro del 15° km, mentre mi accorgevo di andare più lento di almeno 10 secondi rispetto al passo che avevo programmato di tenere.

La carenza di zuccheri ha fatto saltare anche tutta la strategia di gara. Al 20° km ho provato a cambiar passo, quando invece avrei dovuto aspettare almeno altri 10km prima di accelerare, ed ho dato sostanzialmente tutto quello che avevo fino al 30° km.

Poi è iniziata la vera odissea: i 12km più brutti di tutta la mia vita. Ho attraversato il bois de boulogne piegato dalla fame e dai crampi, senza più alcuna ambizione legata al cronometro e con l’unico scopo di passare quel maledetto traguardo per portarmi a casa la maglia del finisher.

Ho perso il conto di quante arance, banane e salatini vari sono stato capace di ingurgitare una volta arrivato al traguardo. Chi mi ha visto mi ha descritto come un selvaggio uscito dai campi, sporco e sudato, che a gomiti larghi aveva preso possesso del tavolo dei ristori, mangiando con una voracità spaventosa, come se non vedesse cibo dalla notte dei tempi.

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Un errore che non ripeterò più.

Se è vero che ogni maratona insegna una lezione di vita, quella di Parigi me ne ha insegnate almeno tre, che difficilmente dimenticherò.

L’umiltà: non ha importanza quante maratone puoi avere corso nella tua vita. Ognuna è una storia a sé, da affrontare sempre e indipendentemente da quanto sei forte senza spavalderia e con lo stesso spirito di umiltà con cui l’hai corsa per la prima volta.

Rispetto: per la gara, perchè quei 42km e 195 metri sono un nemico che non devi mai sottovalutare, ma soprattutto per te stesso. La corsa è uno sport bellissimo e la maratona è la regina delle corse e, in quanto tale, esige grandi sacrifici. Ma nell’affrontarli non superare mai il limite della ragionevolezza, perchè a rimetterci non sarà solo il tuo fisico ma anche l’amore per la corsa stessa (questa mi è venuta un po’ zen in effetti)!

L’alimentazione: mangia! Mangia sano durante gli allenamenti, ma soprattutto mangia tanto e bene prima di una maratona. Non trascurare mai questo aspetto. Altrimenti il tuo corpo perfettamente allenato alla partenza sarà come una macchina bellissima e velocissima, ma senza un goccio di benzina nel serbatoio. Inutile.

(Pic from Flickr by Rennett Stowe)

1 COMMENTO

  1. Bell’articolo! finalmente anche qualche racconto di runner “normali”!
    [come se fosse poi così comune essere in grado di correre una maratona, naturalmente! :P ]

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