Mauna Kea e il compagno di viaggio inatteso

Il 17 agosto 2013 ero alle Hawaii. Figo, direte voi, la spiaggia, le palme, i surfisti. NO. Cioè sì, ma non quel giorno. Quel giorno avevo deciso di raggiungere la vetta del Mauna Kea, 4205 m di vulcano che mi avrebbero fatto presto rimpiangere i surfisti a livello dell’oceano.

La partenza è a circa 2800 m, al Visitor Centre Information Station, dove il classico ranger da film mi spaventa per bene marcando il concetto di solitudine durante la salita e la disidratazione e insomma mi sembrava che il rischio di morte fosse quasi certo. Bene. Si parte. Dopo la prima mezz’ora di dislivello già notevole il mio compagno di viaggio si palesa: lui, il mal di testa. Ma io penso che sia la fame, perché quando si parte presto al mattino per i trekking io sto molto leggera, e quindi passerà dopo la prima sosta. Sbagliato; ma io sono nata in Emilia, nella pianura padana, che ne posso sapere del mal di montagna? Continuo a camminare, il paesaggio rapisce: sempre più lunare a ogni passo; sempre meno vegetazione a ogni passo ed emicrania sempre più forte a ogni passo. Dopo due ore, circa a metà strada, quando sarebbe anche più facile camminare nell’unico sentiero delimitato dalle pile di massi fra i massi, succede una cosa che non credo mi sia mai successa, se non nei primi anni di vita: piango dal dolore e mi scendono le lacrime. Il mio compagno di viaggio, quello vero, non il mal di testa, mi chiede se voglio tornare indietro: è facile, c’è una bella strada asfaltata verso est ed è un attimo scendere. Ma a 3/4 del percorso, come si fa a tornare indietro? Manca un po’ l’ossigeno e ad ogni passo sento che il cervello potrebbe esplodermi. Non mollo. Credo anche di avere detto: “magari con questa pressione mi si aggiusta pure la testa. LOL”.

Passo dopo passo, pulsazione dopo pulsazione, la vetta, che in agosto non è innevata, è lì. Sorrido, ma scordatevi un finale da momenti di gloria. Sì, sono sopra alle nuvole e sì mi sembra di toccare il cielo (non per niente lì c’è una quantità di osservatori astronomici impressionante).
Bisogna ridiscendere e fa freddo, credo circa 10°C; facciamo l’autostop e Spencer, che lavora come contractor per la NASA, ci da un passaggio fino alla base. Nel frattempo io spero ancora che qualcuno mi decapiti per farmi stare meglio. E finalmente, al livello del mare, il mal di testa mi abbandona per impossessarsi, forse, di qualche altra emiliana sul Mauna Kea.

Morale della favola: 1400 m di dislivello in 5 ore possono essere estenuanti, ma mai come una donna che si intestardisce di arrivare alla meta.

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