L’importanza di non misurare il tempo

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L’arrivo e la nuova partenza

La preparazione di un Ironman non è solamente un fatto fisico o mentale. È un percorso complicato che per il nostro Matteo arriva a compimento oggi e non conta il risultato finale perché il percorso di preparazione è stato un'esperienza straordinaria. Eccola.

Ciclista per caso

Cosa succede quando un triatleta prova a farsi accettare nel gruppo dei ciclisti con il coltello tra i denti?
Matteo Torre
Matteo Torre (detto Tower): Matteo è una creatura poliedrica come neanche le lame miracle blade. Nuota, pedala e corre come Bud Spencer, Luigi Malabrocca e Linus di Radio DeeJay. In seguito ad un incidente con il tapis roulant ha battuto la testa e si è persuaso di essere un uomo di ferro. Per dimostrarlo a se stesso, prima che a tutti gli altri, anziché provare a volare con l'ausilio di razzi propulsori e a sconfiggere i cattivi ha deciso di iscriversi ad un IronMan. Che è impresa molto più difficile, oltre che per niente aggratis! Ma lui ce la farà e noi godremo dei ricavati del suo successo scroccandogli il pass per la festa di fine gara.

Tempo di lettura: 3 minutiSiamo runner, siamo triatleti, siamo competitivi. Ogni allenamento, ogni gara, tutto è misurato, comparato, analizzato, sezionato in split di singoli chilometri in cui un battito in più o un secondo in meno può determinare lo stato del nostro umore.

Poi però arrivano momenti in cui non te ne frega nulla del tempo (beh, non proprio, ma aspettate un attimo che vi spiego) perchè quello che conta è solo esserci, esserci in un certo modo e soprattutto esserci perchè per qualcun altro è importante. E’ così che, nonostante un infortunio, nonostante non c’entrasse nulla con le mie esigenze di allenamento e nonostante fosse scomodo, ho partecipato alla staffetta della Milano Marathon 2013 nel team di #forkidsforlife, un progetto di fundraising che si occupa, attraverso progettti mirati e concreti, di bambini che si trovano a vivere in condizioni difficili, vuoi perchè sono nati nel posto “sbagliato” del mondo, o perchè colpiti dalla malattia, oppure perché si trovano in condizioni di disagio. Era da tempo che desideravo unire lo sport con qualcosa che fosse utile a chi è meno fortunato di me, e questa è stata l’occasione ideale, perché ho finalmente incontrato le persone giuste con cui condividere un’esperienza così.

L’importanza è partecipare. Questa volta soprattutto.

Il running e il triathon sono sport individuali per definizione, per cui sono abituato a prendere da solo ogni decisione. In questo caso invece, insieme alle mie socie (Eleonora, Simona e Ramona, runlover affezionate e le ultime due anche Running4mommies) ci siamo trovati a gestire l’organizzazione come una squadra, a partire dalla ripartizione delle frazioni in base alle esigenze di ciascuno, il reciproco sostegno nella giornata di gara (zaini per il cambio vestiti, assistenza all’arrivo, tifo organizzato…), dovendo per forza di cose venirci incontro l’uno con l’altro. Lavorare in squadra cambia tutto, perché persino la decisione di saltare o meno l’appuntamento, di solito unicamente legata alle proprie condizioni fisiche e ai programmi agonistici, è passata in secondo piano.

Se è per una buona causa, il corpo smette di farti male.

Dopo Roma non sono stato mai bene a causa di un’acuta infiammazione al tendine d’Achille. Durante le ultimequattro settimane ho corso pochissimo, e nelle ultime due addirittura zero, sottoponendomi invece a numerose sedute di fisioterapia. La mattina della gara mi sono svegliato dolorante ma non mi è mai passato per la testa, neanche per un istante, di dare forfeit. Perchè le mie compagne di squadra aspettavano che consegnassi il chip al primo cambio, perché i fondatori di ForKidsForLife volevano celebrare al traguardo l’arrivo in parata di quattro staffette con le bellissime magliette degli “ambasciatori ufficiali”, a simboleggiare la possibilità di riuscire a portare a termine altrettanti progetti grazie allo spirito di squadra e di solidarietà.

È stato così che un anno dopo la mia prima maratona mi sono ripresentato sulla linea di partenza della Fiera di Milano, travolto dall’emozione per il ricordo indimenticabile di quella gara e pieno di adrenalina per la volontà di rispettare l’impegno preso: passare il chip a Eleonora, cosa che ho puntualmente fatto. E per la prima volta nella mia vita la prima cosa che ho fatto appena tagliato il traguardo non è stata guardare il Garmin ma urlare con tutto il fiato che mi era rimasto nei polmoni la carica alla seconda staffettista, augurandomi che l’eco giungesse fino all’ultima frazione.

Beh, poi una sbirciatina al tempo l’ho anche data…4’11″/km per 13 km. I vizi son vizi.

p.s. avevo iniziato a scrivere questo articolo prima dei tragici fatti di Boston. Non c’è bisogno di dire molto qui perchè su RL già avrete letto cosa pensa RunLovers di questa tragedia. Io, dopo un po’ di riflessione, mi sono limitato a questo.

 

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