La primavera della vita

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Una cosa sapeva di aver perso: il fiore della vita
Edith Wharton, L’Età dell’Innocenza.
Strana è la mente ed i meccanismi, inconsci, con cui agisce.
Questa mattina mi sono svegliata e, come spesso mi accade quando l’attualità si fa prepotentemente strada nel quotidiano, ho liberato i pensieri. La giornata sta per iniziare: tanti impegni da fronteggiare, scadenze da rispettare… tanto, forse troppo, di tutto.
Sto guardando fuori dalla finestra, incapace di dare il via al nuovo giorno. Mi ritrovo ad osservare la pianta di magnolia in giardino. Un fiore sta sbocciando, pronto a raccogliere i primi raggi del sole.
E la mente mi riporta a questa frase, scritta nelle ultime pagine di un romanzo bellissimo e potente. Un romanzo che narra la storia di un amore impossibile, dove vittoria e sconfitta si mescolano l’uno con l’altra e dove tutte le categorie umane sono rappresentate. Un capolavoro scritto da una donna che sfidò il perbenismo e le convinzioni dei ‘Roaring Twenties’ e grazie al quale ottenne, per la prima volta, nel 1921, il premio Pulitzer.
Già, i premi Pulitzer, assegnati lunedì. Lo stesso giorno della Maratona di Boston. La piú vecchia maratona al mondo. Quarantaduechilometriecentonovantacinquemetri replicati ogni anno da 117 anni. Una cifra che non oso neanche calcolare.
Niente sarà più lo stesso dopo lunedì scorso. Abbiamo perso l’innocenza. Tutte le azioni terroristiche sono infamanti. Questa piú di altre. Perché ha colpito non solo una Nazione, in un giorno per loro carico di significati.
Ad essere ferito è un intero mondo… Il mondo dei runner.
Eccolo il primo pensiero del mattino. Si fissa lì, da qualche parte nella mente e ci resta mentre mio marito, appena rientrato dalla sua corsa mattutina, prima di ogni altra cosa mi dice che è come se si fosse sentito in obbligo di uscire, per rispetto verso quei tanti runner che dall’altra parte dell’Oceano avevano onorato la Maratona.
La giornata inizia, il telefono comincia a squillare e non c’è più tempo per guardare le news, seguire i social. È la settimana di chiusura del giornale e ovviamente la Legge di Murphy é sempre in agguato.
Ma il pensiero resta lì, e con esso una certa inquietudine. Qualcosa di non ben definito a dire il vero. Una sensazione che non mi piace e che perdura anche a metà giornata.
E allora basta. Si va. Ho bisogno di aria fresca. Ho bisogno di sentire la strada sotto i miei piedi, il cuore che pulsa, la testa che si svuota, essere padrona del mio corpo. Ho bisogno di esorcizzare  questa inquietudine.
I need to run.
Una t-shirt gialla come il sole che sta scaldando le campagne novaresi. Le mie amate scarpe… O meglio, le “peppe” come le chiama mia figlia. Cinque minuti e sono fuori.
Non correró mai una maratona… non ce la potrei fare e non sono neanche tanto sicura di volerlo.  Ma oggi, in un pomeriggio di metà aprile, mi piace pensare di essere a Boston, sulla famigerata collina che spacca le gambe. La mia ‘Heartbreak Hill’ è quel saliscendi che dalla riseria Capittini mi riporta in paese. Nulla in confronto all’originale, tanto per la mia mente. Ho superato un limite e l’ho fatto pensando a tutte quelle persone che dall’altra parte di questo nostro piccolo mondo hanno vissuto gioia e terrore nel medesimo istante. Correndo.
La mia corsa di oggi è dedicata a loro.
ll mio percorso di avvicinamento alla We Own The Night comincia da qui.
Abbiamo perso l’innocenza ma la primavera (del cuore, della Vita) c’è. Basta saperla cogliere, magari in un bocciolo di magnolia. Per ripartire, piú forti e consapevoli.
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Nata in sella a una moto da cross, sa smontare una forcella e modificare un carburatore. È premio Nobel in organizzazione della giornata e ottimizzazione del tempo. I ben informati dicono che i suoi orologi hanno 29 ore e che riesce a scrivere anche quando dorme.Divisa tra lavoro, famiglia e vita quotidiana, corre veloce e osserva. Tutto. Parla di: Lifestyle su girls.runlovers.it

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