Ironman Florida 2013: l’atto finale (1/2)

Mancano si e no 300 metri al traguardo di questo Ironman Florida 2013, il mio primo Ironman. Sono in gara da più di 11 ore, appiccicato di sudore, salsedine, moccio del naso, coca cola e marmellata, eppure non sento stanchezza e vorrei che non finisse mai. Sorrido, in realtà l’ho fatto fin dal via, e rallento perché questo è un momento da imprimere bene nella memoria. Suoni, colori, sensazioni che ho sognato per tanto tempo ora sono realtà. Chiudo gli occhi e gli ultimi tre giorni si riavvolgono come un film.

Prima è più difficile che durante

L’arrivo a Panama City Beach e la registrazione con gli altri 2490 partecipanti, il briefing di gara al venerdì con mare in tempesta, vento così forte da rendere difficile anche solo il controllo della bici e scrosci di pioggia in stile tropicale. Paura, insicurezza, il timore che tutto vada storto, non importa quanto ti sei allenato, se hai un briciolo di ragionevolezza ti troverai sempre il giorno prima della gara a dover gestire la tensione, a sentire l’adrenalina pompare dalle ginocchia, il cuore batterti forte in mezzo alla gola, i muscoli bloccati dalla tensione.

Se però hai imparato qualcosa dai mesi di allenamento e dalle gare sai anche che la paura è una tua creazione, conseguenza delle situazioni imprevedibili che ti si parano di fronte, inevitabilmente. È la vita bellezza, mica puoi pretendere che vada tutto liscio. Adeguati e tira fuori il meglio di te in ogni circostanza. Ecco, l’Ironman è stato importante per questo, mica per i chilometri nuotati, pedalati e corsi sino a qui. Anche stavolta questo è il mio interruttore mentale, quello che fa rallentare i battiti e rilassare i muscoli.

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Svegliati sapendo quello che devi fare

Riesco a dormire bene, aiutato dal fuso orario, e quando mi sveglio sono un’altra persona così come il meteo sembra quello di un altro posto. Fuori il Golfo del Messico è tranquillo, non soffia che una piacevole brezza e il cielo è pieno di stelle. Mi immergo nella routine pre gara: colazione con latte di soia e cereali, vestizione e chiusura dello zaino da portare nella transition area: muta, occhialini, cuffia, il cibo per la frazione bici, camere d’aria e bombolette per la riparazione gomme, la pompa e una borraccia di sali per affrontare in autonomia i primi 20 km di pedalata. Il resto è già tutto pronto e consegnato dentro gli appositi sacchetti.

Con il mio team di supporto composto dall’onnipresente e infaticabile Annalisa, a cui per l’occasione si sono aggiunti Andrea (driver, meccanico, fotografo e sdrammatizzatore) e sua moglie Elena (addetta alla video camera e a sorvegliare sull’incolumità della truppa), arrivo alla zona cambio, che come al solito è scura, fredda e affollata, praticamente l’anticamera dell’inferno. Marchiatura con il numero 1914 su braccia e gambe e poi dentro, a dare una controllata alla bici e riporre tutta l’attrezzatura sul mio cavallo di carbonio, mentre attorno è tutto un brulicare di atleti intenti a risolvere i problemi più svariati, dalle gomme bucate a attività intestinali moleste con le solite interminabili code davanti ai bagni chimici. Mi spalmo con cura la crema nelle parti sensibili allo sfregamento e poi infilo la muta con un certo piacere, vista la temperatura esterna piuttosto bassa.

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Come si dice? “Volere è potere” E Matteo Torre ne è la dimostrazione.

Spiaggia, acqua e di nuovo spiaggia

Negli USA non può esserci evento sportivo senza inno nazionale, e così è anche qui. Posizionato sulla battigia, circondato dagli altri partecipanti sono costretto a togliermi gli occhialini già sistemati sotto la cuffia, per asciugarmi gli occhi. Si perché l’emozione è fortissima, e sentirsi a un passo dal realizzare un sogno dopo aver lavorato tanto, nel paese dove tutti sono autorizzati a sognare con qualche chance di farcela (almeno in teoria e di sicuro più che da noi), rende impossibile trattenere le lacrime. Pensavo sarebbero spuntate alla fine, e invece eccole qui. Poi è un attimo, partono i pro e dopo 10′ minuti tocca a noi.

Corro in acqua, come al solito il contatto è violento, salto su un paio di onde e mi butto. O meglio cerco di buttarmi, a 100 metri dalla riva le onde sono alte, surfo un po’ ma non tengo il ritmo e vengo sorpreso da un’ondata gigante che mi sommerge spingendomi indietro parecchio. Giù la testa e dentro un’altra volta, finalmente riesco a prendere il largo. Peccato che il vortice mi abbia spostato la lente destra, imbarco acqua mentre come al solito cominciano a volare pugni, gomitate e calci.

In realtà la cosa non mi destabilizza, anzi. Mi vengono in mente le partenze di Rimini e Aix en Provence, le battaglie fatte in piscina negli orari di punta (sempre siano lodati i tipi maneschi che si offendono quando li superi in corsia), quindi butto su il mio miglior sorriso interiore e penso solo a seguire le boe, distendendomi bene, cercando di essere rapido e efficiente. Respiro regolare, passo costante, non fatico affatto e riesco a fare parecchi sorpassi. Una favola. E pazienza se all’inizio del secondo giro prendo prima una pedata che temo mi abbia ferito l’arcata sopraccigliare destra e poi una gomitata che sposta la lente sinistra, tanto di acqua ne è già entrata tanta di là, non fa più molta differenza…

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Il risveglio

Chiudo i 3,8 km di nuoto in 1h20′, (il Garmin dirà 4,2 km, quindi molto bene il tempo e male l’imprecisione nella traiettoria) e quando esco dall’acqua, intorno alla posizione 1400, scopro i vantaggi di correre in un evento targato IM dot: un addetto mi fa sdraiare sulla sabbia e mi strappa letteralmente la muta di dosso, spedendomi in zona cambio in tempo record. Assoporo la meravigliosa sensazione di una doccia in acqua dolce prima di volare a prendere la sacca “nuoto-bici”.

Houston we have a problem

Scarpe, calzini, casco, antivento, manicotti, è tutto bagnato visto che nella notte ci è piovuto sopra. La giornata è bella, si asciugheranno strada facendo. La partenza della bici però è traumatica. Le gambe sono totalmente imballate, mi superano a dozzine e in più dopo pochi chilometri la bomboletta ripara e gonfia mi cade dalla sacca degli attrezzi, dove l’avevo infilata senza fissarla con l’intenzione di metterla in tasca prima di salire in bici, cosa che ovviamente ho dimenticato di fare.

Non posso tornare indietro a recuperarla (rischierei di farmi travolgere dalle centinaia di ciclisti che ho alle spalle), mi si attorciglia lo stomaco al pensiero che in caso di foratura non avrò l’opzione “veloce” a mia disposizione e sarò costretto al cambio di camera d’aria. Lascio che siano gli eventi a sbatacchiarmi tipo bandierina al vento e infatti ne combino un’altra.

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(continua)

(Photo Credits from Flickr by EVRT Studio)

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Matteo Torre (detto Tower): Matteo è una creatura poliedrica come neanche le lame miracle blade. Nuota, pedala e corre come Bud Spencer, Luigi Malabrocca e Linus di Radio DeeJay. In seguito ad un incidente con il tapis roulant ha battuto la testa e si è persuaso di essere un uomo di ferro. Per dimostrarlo a se stesso, prima che a tutti gli altri, anziché provare a volare con l'ausilio di razzi propulsori e a sconfiggere i cattivi ha deciso di iscriversi ad un IronMan. Che è impresa molto più difficile, oltre che per niente aggratis! Ma lui ce la farà e noi godremo dei ricavati del suo successo scroccandogli il pass per la festa di fine gara.

1 COMMENTO

  1. E niente, sono stordito e i messaggi li leggo con due mesi di ritardo. Beh, a dirla tutta il grazie lo faccio io a voi che mi avete sostenuto in questo viaggio. Mentre ero là a correre il cuore mi scoppiava di gioia a pensare che a casa c’erano amici che mi stavano seguendo! Grande motivazione, parte fondamentale del risultato!!!!

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