Correndo con una cartina in mano

Una cartina mi conquistò

Non è quella per farsi le sigarette, non è quella tornasole dei fallimentari esperimenti alle elementari e non è nemmeno quella dell’odiato orienteering delle scuole medie, dove con una precisione di quelle fotoniche riuscivo a perdermi (sì, nonostante la cartina).
Però è molto vicina a quest’ultima: la cartina che mi ha avuto è una mappa, di una città, Bruxelles.
Dove alle 7.30 di un insolito sabato mattina da turista mi sono svegliata. Ora, se deambulo correttamente, non viaggio MAI senza scarpe da running appresso. Ovviamente le avevo con me, il difficile era farsi accordare il permesso dalle compagne di viaggio.
Bruxelles non è esattamente una città “piatta” e con un manto stradale di quelli “runner-friendly”, in pratica ci sono un po’ di sali & scendi e soprattutto, tanti, tantissimi acciottolati. Per non parlare dei lavori in corso. Quindi la preoccupazione delle compagne di viaggio era: ok puoi andare, ma solo con il telefono (caso mai ti facessi male) e con la cartina (beh, il mio senso dell’orientamento come intuirete è alquanto rinomato). E non ultimo: non rompere le palle e non fare casino quando esci (giusta richiesta).

La partenza (brrrrr)

Bene, allora vado! In realtà credo mi avrebbero dovuto incatenare per non farmi andare, ma non è stato necessario.
Partita alle 8 dall’improbabile albergo, gestito da improbabili individui, mi faccio svegliare da questa aria che chiamerei “frizzantina” – la verità è che io pensavo a una temperatura simile all’Italia, quindi ottimista come al solito con braghette e t-shirt, mi sono ritrovata a 7°-8°: olè, il mattino la l’oro e il gelo in bocca. Zero musica con me, città muta, desolata, come se fosse domenica (ma come mi piacciono questi belgi, così “polleggiati”), con l’unica compagnia dei netturbini.
Impugno la mia fedele compagna di viaggio, la maneggio (con non poche difficoltà) e punto dritta verso le macchie verdi della mappa. Di queste ENORMI macchie mi incuriosiva il fatto di arrivarci per toccare con piede e misurare con falcata quanto fossero veramente grandi. Anche perchè in Italia, a parte Roma, finora non ho mai visto città con tanti parchi e “grandi”.
Ok, rompo il fiato subito con questa bella salituzza, detta Rollebeek, strada stretta, case basse in mattoni rossi, insegne antiche. Chissà chi ci abitava qui, il tempo sembra fermo all’800.

L’itinerario (superWOW!)

Di gran carriera arrivo al primo parco, Warandepark. Costeggio un po’ titubante dall’esterno, è solo la prima tappa, non mi posso far ammaliare subito. Come non detto: cedo ed entro. Scatta subito la sfida con una podista di colore, ma in tuta (di quelle di cotone, con i pantaloni lunghi). Pur di non cedere alla tutina in black, lascio qualche bronco ai lati della stradina appena percorsa e devio. Constato che il parco è grandicello e proseguo. Fin qui tutto bene, ho dovuto curvare solo una volta e il cammino prosegue dritto: ottimo, difficilmente mi perderò.

Next stop, che stop non è, il Parlamento Europeo e Leopoldpark. Passo accanto al primo tutta impettita, manco fossi la Thatcher. Avvisto un ingresso avanti, sulla destra: è lui. Entro e mi si apre un parco pieno di salite e con un bel laghetto tutto da costeggiare: marco il territorio, supero qualche runner, respiro un profumo di fiori freschi, mi incanto un po’ a guardare vari pennuti e miro all’ultimo check point: il Parco del Cinquantenario.

Perché lo avevo designato come meta? Perché, ovviamente, è il più grande. Divento ancora più curiosa, mi butto dentro anche qui e inizio a costeggiare, inseguendo runner a caso. Passo dentro edifici, salgo e scendo dalle scale, calpesto con molta attenzione radici di alberi secolari. Ok, lo ammetto: questo parco è una figata totale. Intravedo una pista di atletica e guardo se è aperta, per regalarmi un giro celebrativo. E’ chiusa, peccato, mi sarei potuta quasi commuovere. Decido che il giro in giostra è finito e faccio per tornare in hotel. Naturalmente, mi rendo conto di essermi persa, con cartina in mano. Ci metto un po’ raccapezzarmi, e più volte la cartina mi vola in faccia con tanto di miei accidenti a denti stretti e fiato corto.

Il rientro (sob)

Però il ritorno è ancora più piacevole dell’andata: mi rilasso, riconosco gli edifici, assaporo la città che si sveglia e mi sento cittadina del mondo. Penso che sono dannatamente fortunata a non aver tabelle di allenamento da rispettare in questo periodo post infortunio (non me la sarei goduta così tanto). E penso che correre con la cartina in mano sia la cosa più scomoda e noiosa al mondo. Ma alla fine ti evita di fare la fine di Hansel & Gretel e ti fa correre in posti che io e le mie scarpe da corsa ci porteremo dentro ovunque andremo.

(Nella foto Leopoldpark, Bruxelles)

 

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