Città eterna, istante perfetto

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Il muro.

È come attraversare un confine invisibile, a Roma, alla Maratona di Roma, intorno al 35° chilometro. I tuoi occhi che fino a quel momento hanno scandagliato solo il grigio dell’asfalto a un certo punto registrano il passaggio a una dimensione diversa, nuova. Ci vuole un po’ ad abituarsi, è il bitume che lascia spazio ai sampietrini, è un tono che un momento vira verso il rossiccio-bordeaux e un attimo dopo è antracite o nero (almeno io lo ricordo così, il cervello durante uno sforzo prolungato funziona in modo strano). A dire la verità non è il colore a lasciarti perplesso. E’ la sensazione di scuotimento che ti arriva dai piedi e dalle caviglie, ripercuotendosi su su fino alla testa vibrando attraverso il petto e le braccia.

Solo 8 chilometri.

C’è quel sottopassaggio sul lungo Tevere, che sembra un tunnel di Parigi di fianco alla Senna, da cui sei appena uscito. Il vento freddo e cattivo di oggi ci si è incanalato in direzione esattamente contraria alla tua. E la salita ti ha appesantito le gambe, fatto salire i battiti. Eppure, ti dici, ormai mancano solo8 chilometri, quasi finita. Rifiati e non appena la strada spiana e ti rincuori ecco il cambio di scena, messo lì da un regista perfido, forse uno che ama i trail. Te l’hanno detto ma fino a quando non ci sbatti il naso non ci credi, che la fine è durissima. Sì che tu te ne sei andato tutto baldanzoso dalla partenza a lì, e ora comincia a pensare che forse potevi anche risparmiarti qualcosa. Ormai è tardi, bello mio, adesso tu e le tue gambe dovete arrivare al traguardo con quello che resta.

Mentre avanzi affiorano un po’ sfuocati i ricordi di Milano, di quegli stessi 8 chilometrisotto il diluvio, nei viali anonimi di una città indifferente, e cominci a temere il peggio. Che forse questo passo così regolare che ti sta portando al traguardo sotto le 3 ore e mezza non ce la farai a tenerlo.

E mentre sei nel mezzo di questi pensieri tetri, scuri come la via in cui stai correndo per via dei palazzi alti che non fanno filtrare la luce giù fino a te, all’improvviso è come respirare a pieni polmoni dopo essere stato in apnea sul fondo di una piscina. Come accendere la luce del comodino nel cuore della notte perché ti sei svegliato per via della fame improvvisa (a me capita).

E poi il suono, sono gli applausi e le urla di incoraggiamento di un sacco di gente assiepata lungo le transenne di Piazza Navona. E tu ti senti un eroe, o un atleta olimpico, insomma come uno serio. Forse serio lo sei, mica per la velocità, certo che no. Piuttosto per i sacrifici che hai fatto per arrivare fino a quel confine, intorno alle 12:15 di una domenica di fine inverno. Per le levatacce alle sei del mattino e le corse senza niente nello stomaco, per le uscite in bici al gelo, per le ripetute in vasca alle più improbabili ore serali. E poi per chi crede in te e per chi guardandoti decide di alzarsi dal divano e mettersi in gioco. Per chi non può alzarsi da quel divano e attraverso di te vive le emozioni e trova la forza di credere in se stesso.

La ricompensa.

Ecco, se ti chiedono perché accetti di fare sempre tutta questa fatica puoi dire che non ti interessa niente del piazzamento all’arrivo, della medaglia o dei 15 chili che hai perso in due anni. No, digli che lo fai solo per vivere istanti come questi.

Per la cronaca: il finale è stato difficile come ogni maratona, ovviamente, ma ancora più duro per via del fondo irregolare e delle variazioni altimetriche importanti. Ho chiuso in 3h26’56” il che già è di grande soddisfazione, ma la cosa più bella è che il Garmin segna43,2 km, quindi tra zig zag, traiettorie non perfette e un percorso obiettivamente un po’ più lungo diciamo che la distanza canonica è chiusa in 3h22’. Una bella iniezione di fiducia guardando al vero obiettivo della stagione. Da oggi la corsa passa in secondo piano e si comincia a nuotare e pedalare sul serio.

(Foto by Marco Passaniti)

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