Ciclista per caso

L’aria è fredda sul viso alle 07:00 del mattino mentre il sole autunnale, dell’autunno di Roma, sorge dietro il Colosseo. Il teatro di partenza schiacciato tra l’ immobilità temporale dei Fori imperiali e la vertiginosa profondità di un cielo blu che toglie il fiato sembra la scena di un film; dalle prime file intuisco la strada in controluce ricoperta dal pavè, percependo la presenza di 5000 biciclette dietro di me. E penso che se non mi fossi messo in testa di fare l’Ironman questa e molte altre esperienze da togliere il fiato (non solo metaforicamente) non le avrei mai potute vivere.

Lezione n.1: in bici si parte a tutta

Qualcuno urla che si parte, la poesia svanisce come se avessero acceso la TV su uno di quei programmi trash pomeridiani e in un attimo mi ritrovo con il cuore in gola, il cervello inesorabilmente sbatacchiato contro la scatola cranica, il respiro affannato, sorpassato (e sorpassante) decine e decine di ciclisti tutti o quasi vestiti con la maglia arancione e rossa della Gran Fondo Campagnolo di Roma.

Serviva un posto dove fare il mio ultimo lungo sulle due ruote prima di decollare verso gli Stati Uniti ed eccomi servito. Una gara ciclistica, per la prima volta, con della gente che sa pedalare per davvero, mica come noi triatleti che siamo indefiniti per natura, né carne né pesce. A Roma, perché su oltre l’appenino bolognese il freddo già morde e io non ho nessuna voglia di stare al freddo. Gli ordini del coach sono ben chiari: vai a tutta, non rimanere comodo nel gruppo, chiudi i buchi, scatta e fai le salite all’attacco.

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Li prendo alla lettera i suoi comandamenti, non prendo una scia che una nel drittone che ci porta fuori città e per tenere il ritmo del gruppo in cui mi trovo (tra le posizioni 700 e 800) rimango per mezz’ora con il cuore altissimo. Lezione numero uno: i ciclisti partono a tutta manetta, siamo costantemente sopra i 40 all’ora e mi sembra di morire.

Lezione n.2: non rimanere mai da solo

Prima di Castelgandolfo giriamo a sinistra cominciando a salire e paradossalmente il battito scende, si stabilizza. Finalmente sono a mio agio e riesco a guardarmi attorno, stiamo pedalando letteralmente sopra al lago, dai tornanti di sotto vedo centinaia di biciclette e non posso fare a meno di essere felice. Strade chiuse al traffico, giornata perfetta, panorami favolosi, questo si che è un allenamento.

Si sale per una decina di chilometri fino allo strappo al 15% di Rocca di Papa, scollino e mangio. Sono molto soddisfatto dei miei nuovi manicotti (non li avevo mai usati prima) che tiro su e giù in funzione di salita (quando sudi e hai caldo) e discesa (per evitare che il sudore ti si congeli addosso).

Terminata la discesa ricominciano i piattoni, peccato che da buon novellino non mi sia preoccupato di rimanere con qualcuno e così mi trovo a spingere un rapportone lunghissimo e faticoso per cercare di riaccodarmi al gruppo che ho davanti, a 200 metri mica tanto, ma niente da fare, non guadagno un centimetro e soffro. Ma l’esperienza insegna e io imparo in fretta, mi volto e vedo un altro gruppo a meno di 500 m da me. Rito su un paio di denti, respiro e quando mi prendono riscatto per agganciarmi. Magicamente la velocità torna a salire, viaggiamo di nuovo sopra i 40 e anche se impegnato non sono più a rischio infarto. Lezione numero 2: mai distrarsi, mai perdere le scie, mai sprecare energie nel tentativo di rientrare se l’operazione non avviene in tempi rapidi

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Lezione numero 3: quanto è bello entrare a Roma come se fossi parte del Giro d’Italia

Sulla seconda salita (Rocca Priora) le gambe girano fluide, cerco di spingere forte per compensare il percorso corto (avrei voluto fare più di 105 km come ultimo lungo in bici) e una volta scollinato penso solo a pennellare le curve della discesa tecnica, evitando biciclette e incauti ciclisti spalmati sull’asfalto. Una volta giù mi ritrovo in un gruppone compatto di una trentina di persone e sono piacevolmente sorpreso dal clima di cooperazione che si respira adesso. Ci mettiamo in doppia fila, cambi regolari, se qualcuno si sposta per evitare buche o per via di una curva viene fatto entrare senza più le spallate dei primi chilometri. Con gli incroci presidiati e le moto di scorta con i lampeggianti entriamo a Roma a più di 50 all’ora, qualcuno scherza sulla preparazione della volata. E’ emozionante sentirsi dentro all’evento in questo modo, ancora di più per la possibilità di vivere la città abitualmente off limits alle biciclette. Quando taglio il traguardo in 3h14′ concludo che ho fatto bene ad esserci ma che le gare ciclistiche le lascio ai ciclisti veri. Io mi tengo il triathlon.

p.s. nei giorni successivi alla gara ho letto sui social molte critiche all’organizzazione, in particolare riferite al mancato presidio delle strade e quindi alla scarsa sicurezza. Io posso solo giudicare per quello che ho vissuto in quella che tutto sommato è ancora la parte iniziale della corsa: zero macchine, scorta sempre presente, un senso di sicurezza che in allenamento in giro da solo mi posso solo sognare.

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Matteo Torre (detto Tower): Matteo è una creatura poliedrica come neanche le lame miracle blade. Nuota, pedala e corre come Bud Spencer, Luigi Malabrocca e Linus di Radio DeeJay. In seguito ad un incidente con il tapis roulant ha battuto la testa e si è persuaso di essere un uomo di ferro. Per dimostrarlo a se stesso, prima che a tutti gli altri, anziché provare a volare con l'ausilio di razzi propulsori e a sconfiggere i cattivi ha deciso di iscriversi ad un IronMan. Che è impresa molto più difficile, oltre che per niente aggratis! Ma lui ce la farà e noi godremo dei ricavati del suo successo scroccandogli il pass per la festa di fine gara.

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