Chissà se Beethoven piangeva

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Movimento n. 1

Sono qui, seduta al pc, con la gamba destra per aria, appoggiata sul tavolo.

Per la terza volta in 5 mesi fasciata, bloccata, con un senso di smarrimento e disagio che non possono essere descritti.

Non mi fido più delle mie capacità, delle mie gambe, fondamentalmente credo di me stessa. So che un tempo, mi pare già “tanto” tempo fa, correvo, andavo abbastanza veloce, sentivo il vento in faccia e i muscoli delle gambe tirare forte durante le gare, per poi rilassarsi al termine.

Provavo una gioia assurda quando tagliavo il traguardo, qualsiasi esso fosse; non ne avevo mai abbastanza di macinare km, alzarsi alle 6 di mattina per allenarmi mi pareva la cosa più normale al mondo, quasi come fare colazione. E poi, soprattutto, mi piaceva correre.

Movimento n. 2

Poi arriva la prima rottura, la prima distorsione, alla caviglia sinistra, affrontata non troppo serenamente ma tuttavia superata; arriva la seconda distorsione, dopo poco più di 2 mesi, stessa caviglia, stessa dinamica, affrontata anche questa, ma con un po’ più di serenità.

Arriva la terza distorsione in 5 mesi: stavolta la caviglia è quella buona, quella che pensavo fosse “sana”.

Il giorno del mio compleanno, l’ennesimo crack. In un giorno in cui pensavo di meritarmi un piccolo festeggiamento tra me e me, con pochi km corsi ma di qualità, fatti come il fisioterapista mi aveva adeguatamente istruito a fare.

Qualcosa non è andato al posto giusto. Al momento non sono troppo interessata al sapere il perchè, non ho ascoltato con attenzione nessuno dei responsi che mi sono stati dati (pronto soccorso, fisioterapista, ecc).

Annoto solo le mie reazioni. Fisiologiche e psicologiche.

Un prurito assurdo alla parte impacchettata a dovere che non deve muoversi.

Le mani di nuovo piene di calli da stampelle.

Pianti ininterrotti di ore e ore, che manco Vivien Leigh in Via Col Vento avrebbe saputo fare tanto per fermare Red.

Un’incapacità di relazionarsi in maniera neutra con una qualsiasi immagine di persona che corre (anche delle più sgarruppate) o di gente che parla di corsa. (il prossimo che mi chiede “come sto” o “cosnigli per allenarsi” lo uccido con una stampellata, giuro. E mi faccio assolvere come legittima difesa da tortura).

Movimento n. 3

Insomma, sono qui che rimugino e mi chiedo: ma Beethoven, quando era sordo e non sapeva cosa stava creando, piangeva? Secondo me sì.

Toccava i tasti e non sentiva il suono. Ma lui sapeva cosa stava venendo fuori da quei tasti? Dico da quei tasti che probabilmente amava più delle sue dita?

Non ho mai letto nessuna biografia in proposito, ma io me lo voglio immaginare così. Non che cambi il mio stato d’animo, ma pensare che qualcun altro è stato come me, più a lungo di me, mi dà un po’ di sollievo.

E vorrei tantissimo sentirlo suonare ora, adesso, mentre sto con la caviglia bloccata, gonfia e blu, ad aspettare che passino i giorni senza sapere cosa succederà.


(Beethoven ha scritto la Sonata per pianoforte n.14 quando già stava inesorabilmente andando verso la sordità, qui c’è il primo movimento, interpretato dal grande Wilhelm Kempff)

(Foto from Flickr by Midiman)

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