Arriva il più lontano possibile, e poi fai un altro passo

Mi sono sempre chiesta in questi mesi cosa avrei provato quando avrei puntato nuovamente la sveglia la mattina presto per uscire a correre dopo questo secondo (e doloroso) infortunio.

Mi chiedevo anche quale sarebbe stata la mia reazione quando il fisioterapista mi avrebbe dato l’okay. Mi domandavo se sarei stata contenta come l’altra volta, quasi commossa, o se mi sarebbe venuto da dire: “Ma davvero?” o “Stai scherzando?” oppure “Naaaa, dai.” o ancora “No, grazie, guarda non ne ho voglia, e poi per ora mi sto calando bene nella parte di quella che guarda chi corre, batte forte le mani e si sgola alle partenze”.

Insomma, la corsa lo sappiamo, dà e ancora di più chiede. Così tanto che pur di non starci male poi si accantonano certi pensieri e si cerca anche di cambiare anzi, di “piegare” la propria natura semplicemente per essere in grado di affrontare le giornate in maniera serena pur non avendo il momento “sfiatatoio-corsa” per i propri stress personali.

 

Quando in settimana mi sono sentita dire che per guarire, per velocizzare un certo tipo di recupero avrei potuto sfiorare l’asfalto ad una velocità più sostenuta rispetto a quella di una camminata, in automatico mi è partito il sopracciglio alla Marco Masini/Sherlock Holmes (una mia personalissima immagine che riassume un certo tipo di espressione con UN solo sopracciglio particolarmente arcuato, che vi invito a non sperimentare a meno che non vi vogliate dare al teatro dei mimi).

Inizialmente pensavo fosse uno scherzo, tanto che per sicurezza ho chiesto: “Ma siamo sicuri? Anzi, sei sicuro? [tu, fisioterapista, che mi devi promettere su tua mamma, su tuo figlio, su tutte le generazioni che discenderanno da te e su tutti i tuoi taping colorati, che non mi farò mai più male e non vedrò mai più piegarsi la mia caviglia verso l’esterno come se fosse un Kit-Kat].

Fatto rientrare alla base il sopracciglio scettico, ho ricevuto i dovuti ragguagli racchiusi in un interessante dialogo dell’assurdo:

“Alterna andatura lenta a corsa sostenuta“

“Sostenuta quanto?” [mi dirà di girare tipo a 5’45”- 6′ …]

“no, no … vai … fai girare la gamba, vai tipo a 4’20”-4’26”…

[e qui altro che sopracciglio, qui mi è andata giù la mandibola; ora gli spiego che non sono la figlia di Bordin, vah. E nemmeno parente di Mo Farrah alla lontana. Magari gli ricordo anche che avevo le stampelle fino a 3 settimane fa]

… ah, e poi corri in salita”

[salita = San Luca. Uhm. Strano.] “Ah, ok, perfetto. Ma quindi posso andare su a San Luca? No perchè …. [mi cagherei un po’ sotto onestamente, visto che è dove mi sono fatta male ehounapauradellamiseriachemitoglieilfiatosoloapensarci]

“Ma va’, sei fuori? Ma no, dicevo le salitine dei Giardini” (in pratica sono dei pendii con un’inclinazione di 3 metri. Forse.)

 

Così ho ripreso. Un pochino. Pianino. Entusiasmo tenuto a livello minimo.

Quella che, un mese e mezzo fa, scalpitava per tornare a correre dopo il primo infortunio, ora è una timorosa runner. Che scruta ogni centimetro quadrato di asfalto, misurandone le pieghe e le profondità di eventuali buche.

Quella che guardava sempre per aria, pensando che il cielo era sempre una gran figata sopra alla sua testa mentre correva, ora ha gli occhi puntati verso il basso come una trivella. Non c’è spazio per respirare, di guardare chi corre intorno, di pensare a come mettere ordine tra i casini della giornata che inizierà frenetica di lì a poco.

Per ora ci sono dei passi da infilare uno dopo l’altro, da curare come se fossero percorsi su una lastra di vetro. C’è una GRANDE paura da affrontare ad ogni uscita e un sospiro di sollievo da tirare ad ogni rientro.

Poco tempo fa, ho letto questo: “Arriva il più lontano possibile, e poi fai un altro passo”. Vademecum di tutti i giorni.

(Endless Stairs – Photo from Flickr by Caden Crawford)

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