Un’italiana nella City (di corsa)

Sono Simona, vivo a Londra da sei anni e sono una runner, ma se credete che lo sia sempre stata, vi sbagliate di grosso, io a correre ci sono finita per caso. Nonostante corra quasi ininterrotamente da quasi quattro anni, mi sento ancora come colei che si è ritrovata d’improvviso in una festa riservata esclusivamente agli invitati sulla guestlist senza il magico invito. Insomma io mi sento quasi fossi un intruso o un’ infiltrata.

La mia storia da runner  inizia in parallelo con la mia vita nella terra d’Albione. Decisi di trasferirmi in Regno Unito all’incirca sei anni fa, una valigia stracolma, un lavoretto e tanta voglia di farcela. Ne è seguito un periodo di due anni circa, durante il quale, presa dai mille impegni lavorativi e organizzativi (trovare un alloggio, un buon lavoro e cercare di sistemarsi a Londra richiede pazienza zen, esperienza e  un soprattutto del tempo), ero del tutto ignara degli effetti collaterali della ” Heathrow injection”.

Come definire la Heathrow Injection? L’ “iniezione Heathrow” è la metafora che gli inglesi hanno adottato per cercare di spiegare a coloro che si sono stabiliti a lungo termine a Londra il loro progressivo, inevitabile, aumento di peso corporeo. Tra pinte post lavoro, arrosti domenicali, deliziosi puddings e scorte industriali di cioccolato ‘Dairy Milk’ in perenne offerta al supermercato, un ritmo di vita stressante e sempre di fretta, la mia linea si era più che dolcemente arrotondata.

Un salto sula bilancia rivelò una situazione ben poco rosea. Dovevo correre ai ripari. In Italia non volevo tornare, e dovevo in qualche modo trovare una soluzione per poter restare a Londra senza scoppiare.

Il running, almeno per altri quattro mesi, non fu quella. Non sono mai stata sportiva, alle due ore settimanali di educazione fisica a scuola (in spazi bui, umidi e ristretti), preferivo ripassare per le lezioni successive, e a parte frequentare un corso di nuoto per un paio di anni, non provavo interesse nel particare alcuno sport.  Perché correre? Per mezz’ora, un’ora, o anche cinque minuti? Nossignore, non ce l’avrei mai fatta. La corsa era qualcosa da vedere in TV, col timore reverenziale, un qualcosa alla quale io, povera ragazza in sovrappeso col fiatone, mai e poi mai avrei potuto avvicinarmi.

Così per quattro mesi, intrapresi una strada diversa: lo yoga, che rimane ancora la mia attività preferita da praticare insieme alla corsa. Dopo aver sperimentato diversi stili, hatha, vinyasa, bikram, mi resi conto che sotto mentite spoglie di ragazza cicciotella, c’era una atleta che moriva dalla voglia di uscire allo scoperto. Avevo fiato, muscoli, un cuore che batteva e soprattutto, la giusta volontà. Dovevo solo provarci, ma il mio corpo e la mia mente erano lì, pronti, sulla linea di partenza. Aspettavano solo il colpo di pistola per andare.

Un giorno in ufficio una collega si presentò brandendo  un fitness magazine per donne in pugno, e con aria di sfida, si rivolse al mio team annunciando la sua intenzione di imparare a correre, per poter poi partecipare dopo tre mesi ad una corsa di ben 5 chilometri, per beneficenza.

Era quella la sfida di cui avevo bisogno, e nel magazine vi era un piano d’azione chiaro, semplice, già delineato, il couch-to-5k (dal divano alla 5 chilometri). Sembrava facile, non si doveva neanche correre tutto il tempo, vi erano intervalli corsa-camminata. La prima sessione prevedeva solo 15 minuti.

Fotocopiai quel piano, e iniziai quella sera stessa, quindici minuti con scarpe da trekking! Un piccolo giro lungo il Tamigi, vicino casa, il vento come amico, la pioggerellina tra i capelli, fu il mio battesimo da runner londinese.

Lo skyline della City, la torre sfavillante di Canary Wharf, i grattacieli, i cormorani e i docks furono i miei nuovi compagni per quei primi tre magici mesi. Dieci chili abbandonarono il mio corpo, come per magia, trasformandolo in quella di una runner. Ero pronta per la 5 km, la Race for Life nella City finanziaria. 5 km che corsi in quasi 40 minuti, la mia prima medaglia, ma soprattutto una trasformazione impensabile. Ero diventata una runner! A Londra!

Era come aprire gli occhi tutto ad un tratto e scoprire che Londra è una città di runners, la mattina tante persone vanno a lavoro correndo (la maggior parte degli uffici sono dotati di docce per il personale), o ritornano a casa correndo, ci sono tours della città di corsa (www.cityjoggingtours.co.uk), gare ogni weekend, tantissimi running clubs (come quello gratis della Nike Town), ma soprattutto, chilometri di strade, lungofiume, parchi e canali che si prestano ad essere scoperti così di corsa.

Pur avendo scoperto la corsa per motivi prettamente estetici, correre per me ora è molto di più che un semplice mezzo per mantenere il peso ideale (sebbene resti il migliore, e lo consiglio a tutti!) Correre è la mia valvola di sfogo contro lo stress, i problemi, la stanchezza, e correre a Londra mi regala sempre emozioni diverse. I ponti illuminati la sera, i turisti al centro, i parchi, la City, il Regents Canal, tutto scorre mentre io corro. Preferisco correre da sola, come atto egoistico e meditativo, per ammirare quella che è ormai la città, e godermela sotto luce diversa.

Non so se avessi mai corso fossi rimasta in Italia. Mi sento più sicura correndo a Londra, il running è molto più diffuso e non viene visto come qualcosa di trascendentale. Pur essendo una grande metropoli, gli spazi verdi sono curati e vissuti da tutti.

Ho scoperto tanti angoli e tanti scorci di Londra correndo, e continuerò a farlo. La mia storia da runner continua, ed è in continua evoluzione. Nulla potrà togliermi il running, resterà sempre lì per me, come il saper nuotare, o il saper leggere, o andare in bicicletta.

Correre è un dono, e io lo considero il regalo più bello che Londra mi abbia fatto.

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