Una maratona di 7.771 storie e oltre

Alzo gli occhi al cielo: il blu sopra Firenze è favoloso. Alzo le braccia, e le mani ricadono pesantemente sulla mia testa.

Me la tengo ferma, perchè dopo 3h e 18′ 20” passati sobbalzando, non si hanno più certezze sulla padronanza dei gesti del proprio corpo.

Inspiro profondamente. Non mi muovo, mi tremano le gambe, non poco … faccio fatica a camminare. Vado talmente storta che la signora che mi deve consegnare la medaglia fa il gesto di sostenermi. La tranquilizzo dicendole che è solo un attimo di defaillance.

Ci sono attimi, istanti precisi, in cui quando arrivi in fondo a una maratona hai un senso di “cosmico” davanti a te, che le migliori parole non riescono a descriverlo. Non saprei bene definire cos’è. Quel momento in cui arrivi, e smetti di far andare le gambe e le braccia, in cui il cuore finalmente rallenta e gli occhi diventano lucidi: esattamente, cosa si prova?

Io credo che ognuno di voi che abbia corso una maratona, o in generale una gara che riteneva al di sopra della proprie capacità, ecco credo che sì, l’abbia provato. E ognuno potrebbe raccontarlo in modo diverso. Perchè diverse sono le storie che ci accompagnano e ci spingono a correre oltre ai nostri limiti, permettendoci di vivere distanze lunghissime come momenti “epici” delle nostre vite.

Ripenso a quelle 7.771 persone, che domenica hanno tagliato con me l’arrivo della Firenze Marathon. Dal primo classificato, l’etiope Shumi Endeshaw Negesse in 2h 09′ 59” all’ultima, l’americana Daley Susan, in 6h 39′ 26”. Mentre correvo pensavo alla storia di chi era intorno a me. Leggevo il nome su alcune canotte, una città, un motivo per cui correvano … eravamo tutti lì per farci quei 42km e spiccioli di corsa, e quando non ce la si faceva più, eravamo disposti a farli anche a piedi. Tutti spinti da uno strano impulso inclassificabile, a metà tra la sfida verso se stessi, il dimostrare una forza di volontà e il volere fare una cosa che lasci un segno preciso, un’esperienza nelle nostre vite.

Ogni volta che una donna mi sorpassava (e per la cronaca: dal 30°km in poi, mi hanno sorpassato in parecchie :)), io buttavo sempre un occhio furtivo al suo viso. Vedevo la fatica, osservavo lo sforzo e l’essere “al limite”. Ma poi c’era in tutte quel barlume vivo, di coloro che in fondo ci arriveranno. E mi chiedevo: “Chissà chi le aspetterà al traguardo…chiunque sia, le starà aspettando con quell’ansia gioiosa di qualcosa di bello che sta per accadere”. E la cosa in automatico, mi faceva tener duro anche a me, che oltre al mio rinomato mantra (daic****!) pensavo a tutto il sostegno morale che c’era intorno a noi, stolti bipedi che correvamo.

Chi era con me, per sostenermi, si è emozionato più di me. E non perchè c’ero “io” che correvo, ma perchè la massa emozionale che può muovere una maratona, è davvero qualcosa che si tocca con mano. Auguro davvero a tutti di poterla provare almeno una volta, sia dalla parte di chi corre, (con la giusta preparazione eh? Non fate scemenze, per carità!) che di quelli che supportano e “ci sono” in generale, sia prima che durante la gara.

Perchè solo così le gare diventano Esperienze, con la “E” maiuscola. Non non solo di sport, ma di vita.

 

 

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