Correre a piedi nudi – The Running Jackass

Compri le scarpe da corsa. Inizi a correre. Leggi del barefoot running. Compri le scarpe da barefoot running. Ci corri. Ti fai male. Ti fermi. Recuperi. Riinizi a correre. Non ti fa più male. E qui compi ancora una volta l’ennesimo errore: arrivi all’estrema conseguenza. L’estrema conseguenza è la fine della progressione: scarpe da running -> scarpe minimal -> scarpe da barefoot running -> niente più scarpe.

Oggi ho corso scalzo. Oggi mi sono fatto male, ancora una volta.

È un male diverso dai precedenti: non c’entrano le articolazioni, i muscoli, i tendini.
Ho corso 5 kilometri. Mi ci preparavo mentalmente da mesi. Correvo con 3 millimetri di suola sotto i piedi, ma già li avevo eliminati mentalmente. “Che differenza ci sarà mai?”. Sono pronto. Domani lo faccio. Sentivo addosso un’eccitazione adolescenziale, come se dovesse arrivarmi il computer che desideravo da tempo, o dovesse uscire l’ultimo album della Band Più Cool del Mondo. Domani mattina, domani è il grande giorno.

Ovviamente ero preparato ad ogni evenienza, meno che a quella realmente insidiosa: non i sassi o gli ostacoli accidentali (avevo scelto accuratamente una strada che sapevo sarebbe stata ben pulita). Il nemico era l’abrasione della pianta del piede sull’asfalto. L’asfalto. La pelle del piede. La cute. Più dura e spessa di ogni altro centimetro quadrato di cute del mio corpo, ma non abbastanza.
Ecco a cosa servivano quei pochi millimetri di suola. L’ammortizzazione la puoi evitare. La mesh esagonale o il supporto o qualsiasi diavoleria chimica che funziona elasticamente a compressione le puoi evitare. Ma contro l’abrasione non ci puoi far molto: o hai la cute spessa come la pelle di un elefante, oppure preparati a sviluppare le vesciche più rapide a formarsi che tu abbia mai visto. Corro e sento qualche dolore puntuale. Non ci bado molto. Sarà qualche sassolino che non scivola via. Mi fermo e spazzolo la pianta del piede col palmo della mano: niente. Riprendo a correre. Rapidamente divento un esperto di granulometria degli inerti usati per l’asfalto: a vista e con 20-30 metri di anticipo capisco se soffrirò o meno. E quanto soffrirò. Se l’asfalto è lucido e riflettente sorridi: granulometria fine, una lieve carezza. Se è opaco preparati a sentire *ogni* singolo inerte.
Ma macino chilometri intanto. Insomma: centinaia di metri, diciamo.

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Ero partito baldanzoso, confidandomi che la meta erano i 5k, ma se ce ne stavano alti 3-4, perché no? Al 3° penso che ce ne possono stare altri 2 oltre i 5. Al 4º mi dico che ne faccio un altro e poi ciao.
Sento dolori sempre più precisi e circoscritti in diversi punti. Mi fermo, guardo, ma non si vede niente: è tutto nero di polvere e sporco. Molto primitivo, molto rozzo. Molto contatto con la natura e tutto quello che vuoi. Ma insomma.
Inizio a pensare che i miei piani di correre scalzo per tutta l’estate si stanno rapidamente ridimensionando: corro oggi scalzo. Perché farlo per tutta l’estate?

Volevo provare. Ecco fatto. 5 km. Faccio altri 300 metri per orgoglio, ma sì, dai!

Mi fermo. Guardo la pianta del piede: buio, nero, niente.
Faccio una doccia. Pulisco bene: affiorano vesciche sotto l’alluce. Perfino un’escoriazione sul tallone, tallone che *non* avrebbe mai dovuto toccare terra. Non me la spiego, ma bruciano, come se c’avessi spento delle sigarette sopra.

Cammino come un vecchietto e mi vesto. Penso. L’ho fatto per RunLovers. Per provare. Per sfidarmi. La sfida è riuscita: ce l’ho fatta. Non credo la rifarò: le scarpe da barefoot – specie le Vibram FiveFingers – sono ormai così sofisticate che assicurano un’esperienza “quasi barefoot”: hai la stessa sensazione, senza l’abrasione.
Semplicemente: non vedo e capisco il senso di correre davvero barefoot, cioè scalzi.
Dal punto di vista biomeccanico non cambia molto: chi già corre di punta o medio piede può farlo anche subito.
Da altri punti di vista cambia eccome.

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Dopo aver provato molte scarpe barefoot, dopo essermi fatto male nel farlo, dopo aver corso con delle sneaker, sono una specie di stuntman della corsa: sono “The Running Jackass” come mi battezzo ridacchiando fra una smorfia di dolore e l’altra.

 

 

 

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Martino Pietropoli (detto Tino Mar): la creatura Tino Mar, risultato di un esperimento riuscito non troppo bene, ha un suo laboratorio, ovviamente segreto, dal quale escono i progetti più disparati. L'importante è che siano barefoot. Appare come un tranquillo e serio professionista ma quando vede una scarpa a drop 0 perde il controllo ed esce a provarla correndo per strada. Prima però ha l'accortezza di annunciarlo su twitter. Condivide con BIG la possibilità di correre in fermo immagine ed è per questo l'altra faccia della stessa medaglia.

7 COMMENTI

    • Ho già riiniziato :)
      L’ “infortunio” in realtà è molto superficiale.
      Ovviamente ho ripreso con scarpe adeguate!

  1. Certo che la lucidità divaga! Non puoi prendere e andare a correre a piedi nudi 5 km così! Si cammina per molti mesi adattando la pelle ai terreni oppure si inizia da 100 metri di corsa e si aumenta di settimana in settimana!

  2. Non puoi mollare così Martino!!
    Ne ho parlato anche in un altro post, io corro da anni 30% FiveFingers e 70% piede nudo.
    Basta poco per abituarsi.
    Il vero problema sono le vesciche sotto le altre quattro dita nelle prime uscite, basta un poco di sensibilità per capire per tempo quando è troppo.
    In qualche mese il piede si adatta ed in realtà non si crea uno strato di pelle più spesso ma cambia il tipo di pelle e si abrade meno.
    Personalmente trovo la stessa differenza di sensazioni passando dalle scarpe tradizionali e le five fingers rispetto a quella che trovo tra le five fingers e il piede scalzo.
    Riprova… stavolta con più attenzione ad ascoltare i piedi.

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