The Run is Out There

E’ un freddo boia.

Alcuni gradi sotto zero che, uniti al vento forte da Nord-Est, come dicono quelli ferrati in materia, ti passano una nettissima sensazione da habitat siberiano.

In momenti come questi si sente la mancanza dell’odiato Scirocco che, in inverno ovunque tu sia, ti fa sentire nello spaparanzato clima subtropicale.

Eppure, nonostante tutto, la “Corsa e’ La’ Fuori”.

Imperturbabile e mai insistente, sa stare al suo posto, aspetta rimirandoti da dietro la finestra, non esercita mai nessuna pressione psicologica. Perche’ sa in fondo di che pasta e’ fatta, e sa che semplicemente restando ai margini della giornata, rimane sempre una tra le scelte migliori per cercare un po’ di pace e sfogo. Anche con il gelo. Soprattutto con il gelo.

Dall’esterno puo’ essere etichettato come stupido fanatismo, il voler uscire con temperature da paralisi facciale. Ma le etichette appiccicate alla buona non sono mai servite a niente.

Anche se le affibbi dopo attenta ponderazione.

Quello che importa e’ sentire la “voglia”, la spinta a mettere il naso fuori, anche se un minuto prima eri avvolto in un tepore incalducciato. Buona la seconda.

Perche’ gia’ mentre ti vesti, con il doppio di strati indispensabili, la temperatura sale.

L’avverti subito.

E’ un freddo eccezionale, un freddo che da trent’anni non si sentiva, come dicono.

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E, spesso e volentieri, i capi da indossare non sono all’altezza dell’evento fuori dall’ordinario.

Poco male.

Avendo solo i leggins 3/4, rimedio con una calzamaglia di lana di quelle per sciare.

Per la parte superiore, non ho maglie termiche aderenti, perche’ tendo a soffrire il caldo.

Decido allora, per riparare la parte esposta dello stomaco, di indossare una t-shirt di cotone a maniche lunghe (e probabilmente anche le maniche corte possono fare al caso).

Sopra, un giacchetto-maglia in materiale tecnico. Cappellino da baseball, va da se’: cosi’ da avere la testa riparata, ma sempre piu’ libera rispetto ad un cappello di lana aderente (soffrendo il caldo anche alla testa).

Crema alle mani e alla bocca.

Il resto se la cava bene da se’.

Rod Stewart saggiamente cantava “The First Cut is the Deepest”, e infatti la prima sferzata appena esci di casa e’ la peggiore. Poi dopo quella il resto non conta.

Parti piano, pianissimo, come se camminassi dentro un museo osservando pregevoli opere d’arte. Cosi’ piano che all’inizio sembra che le fasce muscolari ti stiano suggerendo:”Dai retta, ce la diamo una mossa o vogliamo bloccarci del tutto?”.

E te, con un mezzo sorriso, sai che va bene cosi’, che l’andatura va di pari passo con la musica che, guarda caso, all’inizio non e’ mai troppo veloce, troppo potente. E’ come se il random di iTunes sapesse esattamente cio’ di cui hai bisogno, come se lo avvertisse dalle vibrazioni, dal respiro, dai pensieri.

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Incontri sguardi spaventati, sfiduciati, ironici fino alla “presa di culo”, come se si aspettassero di vederti crollare proprio li’ davanti a loro, e quindi, si’, sarebbe una cosa davvero imbarazzante. Eppure nella frazione di secondo dello “sguardo incrociato”, te sai solo opporre un occhio appagato e fiero. Quasi da allungare una tranquillizzante pacca sulla spalla.

Magari non si fanno lunghi kilometraggi, ma quelli che si mettono via sono certamente desiderati e goduti fino all’ultimo metro.

Se non si spinge in maniera idiota e, aldila’ della temperatura non e’ mai una cosa da fare, il cuore non soffre, il fiato si irrobustisce, la testa vaga, i muscoli immagazzinano ritmi diversi.

Ci si gode quella “disciplina” che non e’ sinonimo di tortura e privazione.

Non e’ quella grande Verita’ che ti risolve la vita.

Ma e’ solo qualcosa che ti dice che la Corsa e’ La’ Fuori. E te hai voglia di esserci.

 

P.s. The Run is Out There e’ una semi citazione da X-Files “The Truth is Out There”, alla quale vorrei aggiungere, in ogni caso, “I Want to Believe”.

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