Perché mi fai questo?

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Ero rilassato. Mi hai svegliato brutalmente, al suono di quella sveglia odiosa. Hai iniziato a stirarmi e allungarmi ingollando un caffè, un bicchiere d’acqua e uno yogurt. Hai infilato le scarpe, i pantaloncini e una maglietta e fuori, a mettere un piede davanti all’altro. Non senti i polmoni? C’è ancora il lento ritmo della notte dentro: inspirare, espirare, inspirare, espirare. Li costringi ad accelerare le compressioni, ma loro sono ancora contratti. Non senti questa oppressione al petto? Non puoi alzarti e, semplicemente correre. Tutti i muscoli ti stanno dicendo di no, che così non si fa, non è gentile.
La mente insiste: dice che si può, che è presto – è vero – ma l’aria è ancora abbastanza fresca. Son previsti milioni di gradi oggi, ma la tregua durerà ancora un’ora. Sopportando un po’, un’ora e mezza. In questo lasso di tempo mi chiedi di macinare ogni chilometro possibile, di farne quanti riesco, di farli tutti. Ma io riposavo. Tu riposavi. Stavamo bene, orizzontali, rilassati. Perché mi stai facendo ciò? Cosa devi espiare? Devi farti perdonare qualcosa? Rifletti: sdraiati stiamo bene, siamo distesi come questi muscoli che ora ti dolgono. Uno dopo l’altro si risvegliano e gridano senza far rumore. La schiena ha quel dolore localizzato in un’area di 10 cm quadrati e tu puoi fingere di ignorarlo, ma lui pulsa, proprio lì il sangue viene pompato e irrora i tessuti, che fanno male.
Lo senti il male? Certo che lo senti, ma continui. Ascolti solo il tuo cervello. È presuntuoso. Dice che comanda lui, che decide lui di mettere un piede avanti all’altro, che il dolore è una manifestazione della pigrizia, ma che con la forza della mente lo si può controllare e zittire.
Ma sono io a doverlo sopportare, e tu a fare l’eroe e a mettermi in difficoltà.

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Abbiamo fatto qualche chilometro. Meglio dire: ti ho portato in giro per qualche chilometro. Devo ammettere che pensavo peggio. I primi 2 chilometri pensavo al peggio ed ero molto più stanco di adesso. Curioso no? Essere più stanchi all’inizio che alla fine. Ma non voglio dire che tu abbia ragione, forse dovevo solo sciogliermi un po’. Dai, te lo concedo: bastava scaldarsi un po’. Ma adesso stai tranquillo, rallenta se ci riesci. Voglio riposare. Hai già usato troppa violenza su di me.

Ah, non ti fermi? Ancora vuoi continuare? Non senti come sudo? Dammi da bere. Almeno hai avuto questo pensiero per me. Fa caldo. Vai all’ombra. Sempre ad ascoltare quel tuo cervello e mai chi se lo porta a spasso, cioè io. IO, capito?
Lui ti dice di spingere e che ce la puoi fare, io ansimo e ti faccio notare che seguire l’ombra di quella siepe o quegli alberi non è un’idea malvagia. E che conta quanta strada ti faccio fare, no? Non la velocità o l’andatura. La strada: quanta, di che tipo è, ecc. ecc.

Andiamo. Sono gli ultimi, ti avverto. Non ne posso più. Ti avverto con dolori sparsi. E i piedi fan male. Hai scelto queste scarpe che li fasciano troppo. E il collo di queste scarpe, sta segando la caviglia. Ma che scarpe usi poi: un po’ più di ammortizzazione pareva brutto? Certo: soffrire bisogna.

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Ecco. Finalmente il cervello ha detto che può bastare. 15 km con questo caldo. Sei contento. Non pensavi nemmeno di farcela e invece ringraziami: io ti ci ho portato.

È vero, ti dò ragione: avrei detto peggio pure io. Ma ora stiracchiami un po’. E ringraziami. Sono teso e produco endorfine. Quello volevi, no? Endorfine. Fortuna che ci sono loro e mammamia come ci fanno star bene. Mi pare di non avere quasi più male.
Senti che pace, senti che rilassatezza. Immagino sia una cosa più mentale, ma quella la senti tu. Io sono una macchina. Io provo sensazioni di benessere o stanchezza. Di dolore o di piacere. E ora questo sforzo ha un senso. Sto bene. Stiamo bene. Abbiamo fatto fatica per ricevere una ricompensa: i muscoli tesi, qualche dolore, ma la soddisfazione finale. Non pensavo, avevi ragione.
Non so se era per questo che mi facevi una tale violenza: la sveglia presto e poi tutti questi muscoli in movimento col sonno ancora spesso dentro.
Ma l’endorfina vale la pena. Come sto bene ora. Sono stanco, ma appagato. Forse te lo sta dicendo anche il tuo cervello. Sì, sono soddisfatto, lo ammetto.
Non ti darò soddisfazione dicendoti che ne valeva la pena. Val solo la pena di dormire un’ora in più. Ma insomma: ora sto bene, davvero. Dovrei ringraziarti, immagino. Sono più forte e leggero. Ho imparato attraverso la fatica. Esser pigro è un’altra cosa: è restare inerti. Oggi abbiamo reagito e ci siamo fortificati, assieme.
Non è una risposta, ma come giustificazione non è affatto male. Si corre per la ricompensa. Salutami il cervello: digli che senza di me non andrebbe distante. E io senza di lui me ne starei immobile.
Digli che abbiamo ragione entrambi, ma che, soprattutto, stiamo bene. Benissimo. Ora, adesso.

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Martino Pietropoli (detto Tino Mar): la creatura Tino Mar, risultato di un esperimento riuscito non troppo bene, ha un suo laboratorio, ovviamente segreto, dal quale escono i progetti più disparati. L'importante è che siano barefoot. Appare come un tranquillo e serio professionista ma quando vede una scarpa a drop 0 perde il controllo ed esce a provarla correndo per strada. Prima però ha l'accortezza di annunciarlo su twitter. Condivide con BIG la possibilità di correre in fermo immagine ed è per questo l'altra faccia della stessa medaglia.

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