La mia droga si chiama running

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Giacomo Gobbo
Giacomo Gobbo (detto Jack Lucarelli): di giorno veste i panni di un comune impiegato del catasto (o qualcosa del genere), uscito dal luogo di lavoro si cambia all'interno di una cabina telefonica e veste i panni di un Runner. L'avvento dei cellulari gli ha complicato enormemente la vita in quanto non trova più cabine all'interno delle quali cambiarsi. E i parcheggi delle aree di servizio sono luoghi per scambisti quindi l'operazione risulta essere altamente pericolosa. Ogni tanto parte in missione per conto di diomede, suo vicino di casa, e va a correre maratone e gare di trail di lunghezza spropositata. Ha un'insana passione per le storie sulla corsa e tende a riproporle, anche qui dentro, conciliando il sonno del pubblico.

Tempo di lettura: 3 minutiCiao a tutti, mi chiamo Giacomo e la mia droga è il running.

A questo punto, fosse una seduta di gruppo, ci sarebbe un coro che direbbe qualcosa del tipo “Benvenuto Giacomo!”. Ma per fortuna non siamo alla terapia di gruppo, nient’affatto. Anzi, si può dire che sia proprio la corsa la terapia. Non che io abbia qualcosa di grave da curare. Questo no. Ma posso dire con certezza che la corsa mi ha aiutato e continua ad aiutarmi in tante piccole cose.

Il tutto è cominciato qualche anno fa. Era l’inverno di inizio 2008, il lavoro prendeva un bel po’ del mio tempo e delle mie energie e non mi restava più lo spazio per praticare uno sport, cosa che fin da molto piccolo avevo sempre fatto. Un sabato, stanco di pensare solo al lavoro ho deciso di fare qualcosa di diverso, di nuovo. Era una fredda giornata ma il sole splendeva nel cielo. Ho messo delle scarpe da tennis, infilato le cuffie del lettore Mp3 e sono partito correndo lungo strade di campagna. Non so quanto ho corso, sicuramente non più di 3 o 4 km ma la cosa mi piacque. Finalmente avevo trovato una valvola di sfogo allo stress lavorativo, qualcos’altro cui pensare e cui dedicarmi. La settimana successiva l’esperimento si ripetè. Tutto come la prima volta, belle sensazioni, soddisfazione e una fatica liberatoria.

Fu a quel punto che ritornai bambino e ripresi un sogno che una volta mi aveva colto mentre guardavo Gelindo Bordin vincere l’oro olimpico a Seoul. Volevo correre una maratona! Niente distanze brevi, 10 km o mezze maratone, nossignore. Il mio obiettivo erano i 42 km e 195 metri.

Per lungo tempo era stato solo un sogno, uno dei tanti che si fanno giusto perchè sognare piace a tutti. Ma li per li compresi che quel sogno, almeno quello, era a portata di mano. Bastava solo il mio impegno, nessun fattore legato a talento o fortuna. Se mi applicavo ce la potevo fare.

Tornai a casa e mi misi a spulciare tabelle di allenamento su internet, lessi svariati articoli su siti, blog e forum. Mi documentai a fondo, colto da quella febbre che l’entusiasmo sa innescare. E alla fine decisi, visto che stavo sognando, tanto valeva sognare in grande. Avrei corso la maratona di New York.
A quella decisione seguirono vari mesi di preparazione. Per prima cosa comprai gli strumenti adatti. Abbigliamento ed attrezzature varie. Dopodiché cominciai ad allungare le distanza percorse. Prima 5, poi 6, quindi 8  ed infine completai un giro di 11 km con enorme soddisfazione. Successivamente tentai di seguire una tabella preparatoria incappando in vari infortuni e disavventure. Ma niente poteva fermarmi, l’iscrizione era già stata formalizzata ed ero determinato a correre una maratona. Almeno una perchè, dentro di me, ero sicuro che una volta raggiunto l’obiettivo mi sarei stufato. Anche quella passione sarebbe scemata come tante prima di lei.

Il 2 Novembre 2008 il sogno si concretizzò. Partii nel freddo del ponte di Verrazzano e qualche ora dopo arrivai nel cuore di Central Park accolto dal calore del pubblico e dei volontari della maratona più famosa del mondo. Nel mezzo 42 km di emozioni meravigliose. Fu tutto così incredibilmente bello. E tutto così vero.
Una volta terminata la maratona, e la conseguente sbornia di euforia, fortunatamente decisi di non fermarmi. Sono un tipo competitivo e avevo trovato un avversario da battere, me stesso.
Fu così che un po’ alla volta la corsa prese sempre più spazio nei miei interessi. Ad oggi sono arrivato a 7 maratone e ad ogni corsa mi pongo un nuovo obiettivo, piccolo o grande che sia. Si sono aggiunte altre specialità “off road” come corsa campestre e trail running e pure qualche giro in pista, se capita. Così come si sono aggiunti numerosi amici conosciuti lungo la strada ed uno in particolare che mi segue molto spesso nei miei allenamenti. E’ notevolmente avvantaggiato perchè può contare su 4 zampe anzichè su due miseri piedi.

Insomma, tante cose sono successe da quella corsa, fatta quasi per caso in un giorno d’inverno di 4 anni fa e tante ancora ne dovranno succedere visto che non ho intenzione di privarmene tanto presto.

La mia droga si chiama running, fate attenzione, giova enormemente alla salute.

 

L’immagine è tratta dal film “Jules e Jim” di François Truffaut (il titolo dell’articolo fa riferimento ad un altro film di Truffaut: “La mia droga si chiama Julie”)

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