Il giusto spirito

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Quante discipline sportive esistono?
Ve lo siete chiesti anche voi guardando le Olimpiadi in questi giorni? Impossibile elencarle tutte senza dimenticarne molte.
Sport secondari (e primari, secondo questa categorizzazione) in cui abbiamo scoperto di primeggiare. Sport di cui nemmeno conoscevamo l’esistenza (italiani più forti del mondo in taekwondo? Ma da quale paese viene poi il taekwondo? Corea? E cosa c’entriamo?).
In quelli primari quindi o non ci siamo distinti affatto, o non c’eravamo proprio: in Italia si gioca il calcio più bello del mondo, e giustamente alla più grande manifestazione sportiva del mondo il calcio italiano non c’era.
Gli sport primari – se ne deduce – sono insomma quelli più diffusi in termini di praticanti e di patiti e quelli più ricchi. Primari perché popolari e danarosi, insomma.
E curiosamente non da lì sono arrivate le gratificazioni olimpiche, o non solo, se escludiamo la pallamano o il volley.

La cosa più bella delle olimpiadi, e queste l’hanno dimostrato spessissimo, è l’attrazione irresistibile che può esercitare il puro agonismo: sfide vinte dopo rimonte impensabili, vittorie conseguite con intelligenza e concentrazione. Spesso più belle di quelle in cui si sapeva che si vinceva perché – incredibile – esistono discipline in cui gli italiani primeggiano e non ce n’è per nessuno.

Cinque immagini.

Conserveremo qualche immagine. Molte immagini. Azioni e gesti. Movimenti. Sono la coreografia dell’agonismo, e RunLovers vuole fermarne nella mente solo alcune, simboliche dello spirito agonistico.

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1. La Vezzali che combatte come una leonessa e rimonta per conquistare un bronzo (tutte le medaglie han lo stesso valore. Non è così, ma è così. Possiamo pensarlo, può essere vero). Combattere anche per una medaglia che non era quella che una campionessa come la Vezzali (l’atleta con più medaglie olimpiche della storia italiana) si aspettava. Agonismo: non mollare mai, intravedere uno spiraglio, concentrarsi sulle debolezze dell’avversario e non solo sulle sue forze. Strategia. Lucidità. Visione.

2. Gli arcieri con la pancetta. Una sola freccia per battere gli americani, tremare e bloccarsi alla sola idea di poter sbagliare, liberare la mente, respirare, scoccare: centro, 10 punti, oro.

3. Atleti in difficoltà che raccolgono le energie e le concentrano: non le disperdono in autocommiserazione, non han tempo per deprimersi: stringono il morso, credono in se stessi, sanno di potercela fare: ce la fanno.

4. Alessandro Fabian che nel triathlon spinge come un dannato e arriva 10º. Taglia il traguardo e ha la forza e la gentilezza d’animo di togliersi il cappello e inchinarsi alle tribune, alle autorità, al pubblico. “Grazie di esserci stati. Non ho vinto, ma un po’ ho vinto. 10º per me è come una vittoria e voi siete stati qui a guardare me, chi ha vinto, tutti. A guardare atleti che hanno dato il meglio di se stessi. Quindi il minimo è questo: grazie, un inchino”.

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5. La carabina è uno sport olimpico? Sì, e gli italiani sono i migliori al mondo. Campriani è il migliore. 2 ori e una lucidità e semplicità che annullano ogni spavalderia e protervia di altri sport. “Questo è il mio giorno, ma so che non durerà, ma almeno farò conoscere al mondo lo sport che pratico, altri giovani verranno dopo di me, li aiuterò, li formerò”.

I(n)spirazione.

Visione. Ispirazione. Il motto di queste olimpiadi era – perfetto, centratissimo – “Inspire a generation”: dare l’esempio, trasmettere lo spirito, scoprire i futuri campioni, motivarli, trasmettere il testimone.

Quale metafora è più abusata eppure più pertinente e rappresentativa del “testimone”? Rappresenta lo strumento principe della staffetta atletica: è un atto di fede, significa “Fin qui ci son stato io. Ho corso io, ho sudato io. Ora tocca a te: corri, figlio del vento”.

Ispirare. Inspirare. Espirare. Prepara il corpo all’azione. Visualizza il movimento. Gioca la tua partita nella tua testa. Fiuta il vento. Osserva gli elementi di questa equazione, di questo scontro agonistico. Ci sei dentro. Ce la puoi fare. Ce la fai.

È il tuo momento: hai un avversario. Più di uno. Uno solo: te stesso. Prova a te stesso di cosa sei capace.

Un ultimo respiro. Tienilo dentro. I muscoli sono fermi, pronti ad esplodere nell’azione. È ora o mai più.

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Martino Pietropoli (detto Tino Mar): la creatura Tino Mar, risultato di un esperimento riuscito non troppo bene, ha un suo laboratorio, ovviamente segreto, dal quale escono i progetti più disparati. L'importante è che siano barefoot. Appare come un tranquillo e serio professionista ma quando vede una scarpa a drop 0 perde il controllo ed esce a provarla correndo per strada. Prima però ha l'accortezza di annunciarlo su twitter. Condivide con BIG la possibilità di correre in fermo immagine ed è per questo l'altra faccia della stessa medaglia.

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