Il colosso dai piedi di argilla

Tolgo il dito dalla gamba, dalla coscia. C’è un livido, non tanto esteso, più o meno delle dimensioni del mio polpastrello. Distolgo il pensiero su altro, ma non riesco a stare ferma con le mani.

Seduta a tavola, mi prendo i piedi, e inizio a toccarli. Li tasto, li confronto, ci parlo. Quelle classiche situazioni in cui, se fossi a casa, la mia mamma con un secco: “Cosa stài facendo?!?” – proprio così, con l’accento sulla “a” – mi farebbe capire al volo il concetto “smettila-subito-di-toccarti-i-piedi-nudi-con-le-mani-quando-sei-vicino-a-una tavola [anche se ce li hai puliti!]”.

Per fortuna Mastrolinda non c’è. Ci sono io, la mia gamba con livido e i miei piedi, parecchio malconci. Dolore nell’appoggio, dolore sul dorso, tendini che urlano … Che poi tanto mi ripeto che lo sapevo. Sì, sapevo che prima o poi sarebbe successo. Cioè, voglio dire: succede a tutti quelli che si sparano *tot* km alla settimana e lunghi su lunghi, di avere il momento in cui c’è il “crack” muto. Nella consunzione della corsa, silenziosa, le parti, anzi i pezzi del nostro corpo si consumano.

Solo che quando il crack è altrui, ti dispiace; ma quando capita a te, ti sembra la sfiga più micidiale del mondo: incredibile come le imprecazioni si sprecano. Per non parlare di chi fa l’enorme, madornale errore di chiederti: “Oh, allora come stai? Ultimamente stai andando a tutto busso!”: nel migliore dei casi, la reazione che si tende ad avere è quella di disperazione tipo Maria Addolorata ai piedi della Croce.

Così, guardando ora i miei piedi, sospiro. Massaggio. E sospiro ancora. Un po’ perchè non so cosa fare. Vorrei che gli infortuni passassero in una notte. Vai a letto, ti svegli, butti giù i piedi dal letto e … taaac! Magia! Non c’è più niente!

Invece non è così. Anzi, mi viene in mente quella storia che mi insegnavano alle superiori … a proposito di un GRANDE Paese, che però veniva chiamato “il colosso dai piedi di argilla”. Ecco io mi guardo e penso questo. Di essere un colosso dai piedi di argilla, inteso alla Diderot: una persona la cui potenza non ha solide fondamenta e che quindi potrebbe crollare alla prima occasione.

Ok, non sono crollata alla prima occasione. Cioè, prima di crollare mi ci è voluto un anno e mezzo di allenamenti continui, gare, ecc. Però stavolta sono arrivata: “capolinea signorina, scenda dalle scarpe da corsa, grazie”

Non so esattamente cosa farò e come reagirò allo stop forzato.

[Cioè in realtà sto già facendo: sprovvista di ghiaccio in casa, ho furtivamente sottratto una bistecca congelata alla mia coinquilina e la uso come ghiaccio. Non fate i bastardi e non diteglielo e comunque: è incartata!]

Al momento sono abbastanza calma, o meglio … filosofeggiante: mi faccio forza e penso che se sono sopravvissuta 3 mesi senza camminare, sopravvivo anche un paio di settimane senza correre. Forse riesco a rimanere più o meno lucida, perchè leggo in continuazione di gente che si ferma, si riabilita, si cura, a partire dai frequentatori di RunLovers (uhm, bello, sembra quasi un bar :)), a tutti coloro che amano correre anche in maniera un po’ meno intensa di quanto corro io.

Con il pensiero sono vicino a tutti quelli che in questo momento si stanno leccando le ferite da maratona, da mezza maratona, corsa di 10km, corsa con i sacchi … insomma a tutti coloro che: “Volli, e volli sempre, e fortissimamente volli». Ma non possono.

Scatterà presto un piano B, ci vuole una via d’uscita mentale e va trovata. Anzi se avete soluzioni, rivolgersi al bancone, grazie.

Keep calm and don’t move.

(By Eric.Parker from Flickr)

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