I can endure more pain than everyone else

Alcuni atleti rimangono nella storia non tanto per le loro vittorie o per i record che hanno saputo battere, alcuni atleti rimangono nella storia semplicemente perchè sono stati qualcosa di diverso, qualcosa che prima non c’era e che non c’è più stato dopo il loro passaggio.
Steve Prefontaine è stato sicuramente uno di questi atleti.

Mezzofondista americano, Prefontaine correva le medie distanze, dai 1500 ai 10000 metri ed il massimo risultato che può vantare in carriera è stato un 4° posto alle olimpiadi di Monaco del 1972. Eppure in molti si ricordano di lui e non è solo per la fine tragica che ha fatto ma è perchè Prefontaine è stato un atleta che ha lasciato il segno.
Cresciuto in un paesino dell’Oregon, il talento di Prefontaine si manifestò già ai tempi dell’high school tanto che, al suo passaggio all’università, numerosi erano i college che lo volevano assoldare tra le fila della propria squadra di atletica.  Ma Prefontaine voleva rimanere in Oregon e vestire i colori giallo e verde della divisa di quell’università, la quale, oltretutto, rappresentava l’ateneo con la maggior storia e tradizione nella corsa in tutti gli Stati Uniti. Fu così che, dopo essersi fatto corteggiare per un po’, Prefontaine accettò l’invito dell’università dell’Oregon e del suo coach, Bill Bowerman, con il quale iniziò un rapporto che li legò per tutta la carriera dell’atleta.
Bowerman, che aveva la passione per le scarpe da corsa, oltre ad allenare i suoi atleti preparava loro delle scarpe che produceva egli stesso in casa. Tale passione lo portò a fondare (assieme a Bill Knight, suo ex atleta) una società che inizialmente si chiamava Blue Ribbon Sport e che poi cambiò il suo nome divenendo nientemeno che la Nike.
Il rapporto tra Bowerman e Prefontaine non fu immediatamente idilliaco. Il coach cercava di instillare buon senso nella zucca del suo atleta mentre “Pre” non ne voleva sapere. Continuava a correre in modo istintivo ed aggressivo, partendo subito al comando del gruppo e cercando di mantenere la testa fino alla fine della gara. Era quello che veniva definito un “front runner” ossia uno che faceva gara di testa, per lui infatti non esisteva la tattica di gara, la corsa era una forma d’arte in cui bisognava dare il giusto spazio alla bellezza, e correre nelle retrovie non era affatto bello.
“Pre” era solito uscirsene con espressioni che riassumevano questo suo concetto, come ad esempio: “Nessuno vincerà mai un 5,000 metri correndo 2 miglia facili. Non contro di me.” Ed anche “Sto lavorando in modo che diventi una corsa di puro coraggio. Alla fine, se così sarà, io sono l’unico che può vincere.”
Con le sue tattiche spregiudicate,  il suo enorme talento, e il suo aspetto inconfondibile e accattivante Prefontaine riuscì a fare breccia nel cuore della nazione divenendo un’icona. Famose sono le magliette con la scritta “Go Pre” indossate dai suoi fan e, forse, ancora più famose sono diventate le magliette con su scritto “Stop Pre” promosse con una certa dose di ironia dai suoi avversari.
Tutto ciò fece da preambolo al grande evento rappresentato dalle olimpiadi del ’72. Prefontaine partecipò alla finale dei 5000 e corse alla sua maniera, dopo un inizio un po’ coperto, uscì e si mise in testa al gruppo sfidando i favoriti tra i quali il finlandese Lasse Viren, già vincitore dei 10000.  Negli ultimi giri della corsa, più volte “Pre” venne superato ma rispose ai sorpassi riportandosi nuovamente in testa al gruppo. Letteralmente non ne voleva sapere di stare dietro e di concedere una corsa comoda ai suoi avversari. Sul finale, tale strategia gli costò caro e gli fece perdere la medaglia olimpica, ma la finale dei 5000 metri di quell’edizione dei giochi rimane ancora oggi una delle finali più belle che l’atletica ricordi.
Negli anni successivi Prefontaine si allenò e migliorò molto mentre preparava i giochi di Montreal del ’76. Purtroppo a quei giochi non arrivò mai. La sera del 30 Maggio 1975, di ritorno da una festa, Prefontaine ebbe un incidente stradale nel quale perse la vita. Aveva 24 anni.
Il suo stile, la sua immagine, la sua breve carriera e la sua morte precoce contribuirono a rendere indimenticabile questo atleta cui sono stati dedicati due film. Prefontaine del 1997 e Without Limits dell’anno successivo. Dal secondo, che personalmente reputo il migliore, è tratta l’espressione con la quale ho intitolato questo post e che ben riassume lo stile e la visione della corsa di Steve Prefontaine. Le sue vittorie erano vittorie ottenute con la sofferenza partendo dalla convinzione di poter resistere allo sforzo come nessun altro nella pista di atletica.
A rivedere le finali dei cinque e diecimila delle recenti olimpiadi appare evidente quanto un personaggio come Prefontaine farebbe bene all’atletica di oggi. Nulla da togliere alle prestazioni di Mo’ Farah a Londra 2012 ma se facciamo un confronto sulla spettacolarità delle sue vittorie e di quella di Viren a Monaco…beh, il confronto non c’è. La splendida follia tattica di Prefontaine rendeva ogni gara indimenticabile per quanti vi assistevano perchè, alla fine, a vincere non era solo il più forte ma anche il più coraggioso.

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(Pic by The Happy Rower)

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Giacomo Gobbo (detto Jack Lucarelli): di giorno veste i panni di un comune impiegato del catasto (o qualcosa del genere), uscito dal luogo di lavoro si cambia all'interno di una cabina telefonica e veste i panni di un Runner. L'avvento dei cellulari gli ha complicato enormemente la vita in quanto non trova più cabine all'interno delle quali cambiarsi. E i parcheggi delle aree di servizio sono luoghi per scambisti quindi l'operazione risulta essere altamente pericolosa. Ogni tanto parte in missione per conto di diomede, suo vicino di casa, e va a correre maratone e gare di trail di lunghezza spropositata. Ha un'insana passione per le storie sulla corsa e tende a riproporle, anche qui dentro, conciliando il sonno del pubblico.

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