Elogio della lentezza

Quando sei abituato a lavorare duramente per mesi con l’obiettivo di limare anche solo di qualche secondo il tuo personale, quale che sia la distanza, è naturale scegliere di correre su percorsi ben noti e quindi ricchi di riferimenti che ti aiutino a capire se stai eseguendo gli esercizi al giusto ritmo. Per di più la concentrazione necessaria è tale da cancellare completamente il contesto, così che a mala pena riesci ad accorgerti del passare delle stagioni, al massimo fai caso a differenze di luce e temperatura ma sempre e solo in funzione della performance.

Dopo 11 mesi vissuti “al massimo”, però, è importante staccare la spina, che non significa diventare fan del divano bensì ridurre il numero di uscite, i chilometraggi, ma soprattutto provare a correre senza il pensiero fisso della prossima gara, disinteressandosi della prestazione. Il runner competitivo, come il sottoscritto, si avvicina a questo periodo con scetticismo, convinto che non riuscirà mai a fregarsene di tutti i parametri con cui normalmente misura se stesso.

E invece? Invece capita che una mattina ti svegli in un posto nuovo e ti rendi conto che il modo migliore per esplorarlo è indossando le scarpe da corsa. Così esci dal cancello sapendo solo che il percorso pedonale lungo lago è più o meno in quella direzione. Ti avvii e poi dopo qualche decina di metri chiedi indicazioni, tu che non parli mai con nessuno perché devi risparmiare il fiato, ad un ragazzino sullo skateboard. Gli sorridi, e lui è portato a rispondere al tuo sorriso. Ti mette sulla strada giusta e guardandoti attorno capisci che stai arrivando in un bel posto.

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Non dovendoti preoccupare del tuo passo né dei battiti del tuo cuore (ma solo dell’ora di rientro per la colazione) cominci a guardarti intorno e vedi. Vedi l’erba e tutte le sue sfumature, noti che gli alberi non sono tutti uguali e ti accorgi che sopra di te le nuvole corrono assumendo forme sempre diverse e disegnando ombre sui fianchi della montagna di fronte a te, la cui pietra è esattamente la stessa usata per costruire l’antica casa in cui hai passato la notte. E poi ci sono i suoni e i profumi, l’incrocio con altri runner (chissà perché mi sembra che stamattina se la prendano tutti comoda) con cui scambi anche qualche parola circa il sentiero migliore da prendere. Un’occhiata complice arrivati al bivio e via, in pace con gli altri e con se stessi.

Succede anche che il posto è di una bellezza tale da perdere il fiato e così l’iphone, che avevi portato per essere sicuro di non perderti, lo tiri fuori per fare una foto. SÌ, tu runner competitivo che non interromperesti una corsa neppure se ti minacciassero di morte, ti fermi. Scatti, respiri, ti guardi intorno. E poi ti avvii sulla strada del ritorno, rimpiangendo di non aver potuto esplorare un po’ di più.

Tornando sui tuoi passi ormai ti senti a tuo agio con un luogo fino a poco prima sconosciuto. Riconosci pendenze, curve, superfici e così aumenti senza far fatica la velocità fino a che, a pochi metri dal portone davanti al quale ti fermerai, guardi il fedele GPS: 4’30”, l’equivalente di un medio nell’ultimo chilometro. Incorreggibili questi runner da caccia.

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(©iStockphoto.com/StanOd)

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Matteo Torre (detto Tower): Matteo è una creatura poliedrica come neanche le lame miracle blade. Nuota, pedala e corre come Bud Spencer, Luigi Malabrocca e Linus di Radio DeeJay. In seguito ad un incidente con il tapis roulant ha battuto la testa e si è persuaso di essere un uomo di ferro. Per dimostrarlo a se stesso, prima che a tutti gli altri, anziché provare a volare con l'ausilio di razzi propulsori e a sconfiggere i cattivi ha deciso di iscriversi ad un IronMan. Che è impresa molto più difficile, oltre che per niente aggratis! Ma lui ce la farà e noi godremo dei ricavati del suo successo scroccandogli il pass per la festa di fine gara.

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