Correre con gli indiani Tarahumara

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Martino Pietropoli (detto Tino Mar): la creatura Tino Mar, risultato di un esperimento riuscito non troppo bene, ha un suo laboratorio, ovviamente segreto, dal quale escono i progetti più disparati. L'importante è che siano barefoot. Appare come un tranquillo e serio professionista ma quando vede una scarpa a drop 0 perde il controllo ed esce a provarla correndo per strada. Prima però ha l'accortezza di annunciarlo su twitter. Condivide con BIG la possibilità di correre in fermo immagine ed è per questo l'altra faccia della stessa medaglia.

Tempo di lettura: 2 minutiUn giorno Chistopher McDougall si chiese perché l’affermarsi negli ultimi decenni delle scarpe da corsa performanti e ammortizzate fosse coinciso con l’aumento esponenziale degli infortuni dei runners. Si diede una risposta quasi eretica per il tempo: pensò che, magari, il problema eran proprio le scarpe. Poi scoprì che in Messico viveva (vive tutt’ora) una tribù dedita alla corsa, nella quale anche i vecchi corrono e nella quale anche i vecchi han prestazioni che farebbero invidia al più allenato runner. Decise quindi di capire perché.

Gli indiani Tarahumara vivono in Messico, si procurano cibo cacciando e soprattutto corrono per decine di chilometri. Ogni giorno. A tutte le età. A piedi nudi. Senza infortunarsi.

Come è possibile che non subiscano traumi praticando la corsa esattamente all’opposto di come i produttori di scarpe fanno intendere sia il modo corretto? Più ammortizzazione? Più sostegno del tallone? No, esattamente il contrario.

L’uomo ha sempre camminato naturalmente: si tratta infatti di un’attività innata. Anche la corsa lo è, eppure, inspiegabilmente, nel corso della vita ci abituiamo a pratiche di corsa – paradossalmente – contro natura. Osservate infatti come corre un bambino (e come correte anche voi, ma a piedi nudi): la meccanica naturale della corsa è “punta-tallone (in lieve appoggio, non in scarico completo)” perché in questo modo il peso del corpo, aumentato dall’accelerazione della corsa e dalla caduta sugli appoggi (i piedi) viene meglio trasmessa al suolo. Eppure quando corriamo con scarpe ammortizzate e superperformanti facciamo esattamente il contrario.

Il segreto pare stare proprio nella biomeccanica della corsa, che porterebbe – per assurdo, ma nemmeno tanto – a concludere che la corsa a piedi nudi (il barefoot running, appunto) è il tipo di corsa che meglio sfrutta la predisposizione naturale del corpo a correre.

Iniziare a correre a piedi nudi essendo abituati a farlo con scarpe da running non è semplice, né particolmente saggio. Per questo esistono sul mercato due tipologie di scarpe che minimizzano sempre più il supporto e l’ammortizzazione. Ormai molti produttori le hanno a catalogo. Parliamo delle minimal (quasi delle sneakers) e delle Five Fingers, brevettate e prodotte dall’italiana Vibram.
Se si dovesse quindi decidere di provare a correre in maniera “più naturale” è consigliabile quindi farlo per gradi: provando a farlo con scarpe minimal e poi con Five Fingers.

E per prepararsi, un semplice esercizio: il 100 UP, da fare sul posto, per abituare il corpo alla meccanica della corsa a piedi nudi.

 

 

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7 COMMENTS

  1. […] E’ solo dal 2009, data di fondazione della Barefoot Running Society, che la forza propulsiva di questa disciplina ha acquistato momento e forza. Nello stesso anno viene anche pubblicato il libro Born to Run di Christopher McDougall, di cui abbiamo già parlato. […]

  2. Ciao !
    Ma l’esercizio indicato sopra quante volte deve essere eseguito ? (serie)
    All’inizio va fatto tutti i giorni ?
    Poi può/deve essere inserito ad es. nel riscaldamento ?
    Grazie
    Ottimo sito, complimenti !

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