Come tutto ebbe inizio

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Non ho mai fatto sport. Son sempre stato pigro e svogliato. Poi, anni fa, ero sul bordo di una piscina. L’ho guardata e ho pensato “Dovrei incominciare a nuotare”. Non pensavo da mesi di farlo, non me lo sono imposto: semplicemente, è accaduto. Forse non ci pensavo consciamente, ma qualcosa, evidentemente, lavorava silenziosamente dentro di me da tempo.

Iniziai a nuotare e lo feci per un paio d’anni, con una convinzione che non pensavo d’avere. Poi decisi di provare a correre, sempre con la stessa leggerezza: perché no? Mi comprai delle scarpe e iniziai a correre. Non pensavo ai tempi, non pensavo a sfidare me stesso. In effetti: non pensavo e basta. Correvo. Nuotavo. Per chi fa un lavoro intellettuale, non pensare è un’alternativa molto invitante, ve lo posso assicurare. Quindi decisi che mi piaceva correre o nuotare proprio per quello: non erano attività fisiche – o non solo: era meditazione. Mi piaceva e mi piace considerarle tutt’ora così, cioè uno stato mentale, un vuoto, quasi. Fare il vuoto, prendersi una piccola porzione di tempo solo per il gusto di farlo, perché farlo ci fa star bene.

Che poi non è vero che sia un vuoto, o non solo: è un vaso  che riempiamo con pensieri. Quando corro penso a suonare il pianoforte in un jazz club (e io non so suonare). Oppure mi vengono idee. Osservo la realtà. Ascolto musica. Ma faccio solo quella cosa, in quel momento. Corro e faccio quella cosa. Ascolto. Penso. Elaboro. Stupitevi a constatare quante idee vi vengono quando sospendete le occupazioni quotidiane, gli appuntamenti, la vita. Le idee aspettano fuori dalla porta del vostro cervello. Vogliono entrare e quando correte loro entrano e danzano libere di fronte agli occhi della vostra mente. Le idee hanno bisogno di questo tempo: il presente. Non sopportano la convivenza con quello che dovete fare dopo, con gli altri impegni. Sono qui, ora. Quando correte fate solo quello: correte nel presente.

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E correte rilassati, abbandonandovi al flusso scomposto e anarchico dei pensieri. Ma non vi sarà difficile, perché questo la corsa provoca: la concentrazione sul presente, su questo attimo. Quello che adesso sta succedendo, che corro, che sento il mio respiro, che mi fa male un ginocchio, che sento che ce la posso fare ancora, che posso spingere, ancora un po’ di più, ancora un po’, dai.

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Martino Pietropoli (detto Tino Mar): la creatura Tino Mar, risultato di un esperimento riuscito non troppo bene, ha un suo laboratorio, ovviamente segreto, dal quale escono i progetti più disparati. L'importante è che siano barefoot. Appare come un tranquillo e serio professionista ma quando vede una scarpa a drop 0 perde il controllo ed esce a provarla correndo per strada. Prima però ha l'accortezza di annunciarlo su twitter. Condivide con BIG la possibilità di correre in fermo immagine ed è per questo l'altra faccia della stessa medaglia.

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