Teoria della corsa (un pezzo che non parla affatto di teoria della corsa)

Tempo di lettura: 3 minuti

Cosa ricavi dal correre? A cosa pensi quando corri? 

Son le domande che più comunemente chi corre con metodo e costanza si sente rivolgere. Correre costa. Correre è faticoso. Chi te lo fa fare?

Murakami – celebre scrittore giapponese e instancabile runner – racconta di come spesso gli chiedano a cosa pensa quando corre. “A niente“, risponde.

Queste domande e le relative risposte descrivono semplicemente gli elementi che portano un essere umano a correre: il costo (che restituisce un qualcosa, una ricompensa), la fatica (che riavvicina alla propria dimensione fisica) e il niente (lo stato mentale che il correre genera). Lo stato di benessere fisico, generato come ricompensa allo sforzo fisico e la levigatura dei pensieri. Correre, come camminare, ma in forma forse più estrema, porta in realtà a pensare, ma con una concentrazione inusitata. Corri, non smetti di pensare, ma puoi e devi selezionare solo alcuni pensieri. Assegni priorità e la capacità della mente di trovare collegamenti e pensare lateralmente si sprigiona. Queste parole sono nate mentre correvo, oggi.

La ricompensa.

Perché ci si sente così bene dopo aver corso? Perché durante la corsa – e in genere durante tutte le attività fisiche prolungate – si sviluppano le endorfine, sostanze analgesiche prodotte dal cervello per limitare o impedire al corpo di sentire la sensazione di spossatezza e stanchezza. La loro azione si prolunga anche dopo che l’attività fisica cessa: dopo ci si sente euforici o si può anche avere sonno. Esattamente come dopo l’attività sessuale. Quindi correre è piacevole, molto. Solo che lo è dopo. Ma non è evidentemente solo questa la ricompensa che otteniamo: questa è quella di breve termine e che svanisce dopo poche ore. Quella di lungo termine è la condizione fisica fortificata, il dimagrimento, il tono muscolare.

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Il corpo pesa.

Ad un altro giapponese – l’architetto Tadao Ando – chiesero un giorno perché faceva così tante scale nei suoi progetti. “Perché voglio che l’uomo che le usa si ricordi di quanto è pesante il suo corpo. Che si riappropri della sua fisicità“.  Incredibile vero come i giapponesi diano sempre risposte intelligenti? Incredibile. In verità della nostra fisicità ci dimentichiamo quasi quotidianamente: usiamo l’auto per spostarci, passiamo gran parte del tempo seduti o sdraiati. Ci ricordiamo di avere un corpo solo quando qualche sua parte ci duole. Correndo capiamo quanto è faticoso spostare il nostro peso, e che questo non è solo un numero. Calcoliamo per esempio che se pesassimo 5 kg in meno faremmo una certa percentuale di fatica in meno per spostarlo, correndo. E riappropriarsi di questa percezione annebbiata dalla consuetudine e l’abitudine non è per niente secondario. Impariamo forse per la prima volta ad ascoltare il nostro corpo. A curarlo e fortificarlo.

Arrotondare i pensieri.

C’è poi la componente mentale. Quando si cammina, diceva Paul Auster, ci si lascia attraversare dall’aria, che ci purifica da ogni pensiero. Oppure camminare arrotonda i pensieri, come fossero sassi, diceva un altro. Correre è uguale, ma spinto all’ennesima potenza. Correre riporta innanzitutto la nostra attenzione sulle funzioni vitali: il respiro, per esempio. Controllarlo, dosarlo, farne economia. E questo, invece che bloccare il cervello nello studio spasmodico del miglior utilizzo delle energie, lo libera paradossalmente: la sensazione è quella di pensare più proficuamente, mentre in realtà si pensa solamente alle cose importanti. A pensieri ben costruiti, chiari nella mente. A poche cose, senza l’affastellamento cui la mente è sottoposta durante la giornata, quando le attività cerebrali sono in parte alcune (poche) fondamentali, mentre su di queste gravano i pensieri laterali, le cose da fare, le preoccupazioni, le distrazioni. Quando corri pensi solo a poche cose, a quelle fondamentali. Sei focalizzato, concentrato. Se non devi badare al ritmo o all’allenamento, ma corri solo per correre, puoi farlo pensando ad altro. La mente è riportata ad una condizione di purezza cognitiva: è in ascolto. Si accorge della natura e ne rielabora gli odori, acuisce i sensi. Riflette sulla realtà senza esserne oppressa. E senza riflettere su se stessa e sulle mille distrazioni che la gestione delle informazioni cui il cervello è normalmente sottoposta la pone.

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Si apre al mondo e lo osserva. E si fa trasportare su gambe sempre più salde.

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Martino Pietropoli (detto Tino Mar): la creatura Tino Mar, risultato di un esperimento riuscito non troppo bene, ha un suo laboratorio, ovviamente segreto, dal quale escono i progetti più disparati. L'importante è che siano barefoot. Appare come un tranquillo e serio professionista ma quando vede una scarpa a drop 0 perde il controllo ed esce a provarla correndo per strada. Prima però ha l'accortezza di annunciarlo su twitter. Condivide con BIG la possibilità di correre in fermo immagine ed è per questo l'altra faccia della stessa medaglia.

5 COMMENTI

  1. “La mente riflette sulla realtà senza esserne oppressa”. Vero. A mio parere non avresti potuto sintetizzare l’essenza della corsa meglio di cosí.
    Endorfine, una droga naturale. La migliore “in commercio”. È gratis. E senza dannosi effetti collaterali.
    E ti diró: io, quando corro, non solo penso solo alle cose importanti senza pesanti costruzioni attorno, ma spesso ho anche delle risposte geniali a certe mie domande.

    • Ah, non l’ho detto io. Leggendola ho pensato “Ma ho davvero scritto una cosa così intelligente?”. Infatti ;)

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