Running with David Bowie

Lui solo era il Duca Bianco, Ziggy Stardust e mille altri. Bowie è stato un monumento della musica.

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Che David Bowie sia perfetto per correre (e anche prima di correre, come preparazione mentale) l’ha già spiegato Sandro.

In questa playlist invece puoi trovare quasi tutte le sue canzoni più belle. Dico quasi perché a mettercele proprio tutte tutte rischiavo di sfiorare le 16 ore e farti correre per tutto questo tempo non è bello. Questa ne dura molte meno, ma comunque un paio di onorevolissime ore di endurance pura. Ma accompagnata dalle cose più belle scritte da quel genio multiforme che è stato l’immenso David Bowie.

Senza ripercorrere la sua straordinaria carriera – perché ancora una volta rischierei di essere pedantissimo e noioso – voglio però legare la sua figura artistica a un sostantivo: change. Cambiamento. Una chiave di lettura di una vita intera dedicata all’esplorazione di cosa può essere un uomo e quante versioni di se stesso contenga in una sola mente. Bowie è stato questo: un uomo alla costante ricerca di nuove forme musicali e visive (pensa solo a quante trasformazioni ha compiuto non solo nel modo di vestire, ma anche nel trucco e nei nomi con cui si faceva chiamare) che perseguiva il cambiamento continuo per cercare di definirsi e di capirsi. Un po’ come un runner, alla costante ricerca del perfezionamento, della cadenza, dello stato di grazia.

Non so se corresse. So che fumava molto ma poco conta: quello che importa è l’atteggiamento che ha sempre avuto. Voleva capire e per capire prendeva posizione con la sua musica e il suo esempio. Ricordo un’intervista che rilasciò a MTV molti decenni fa. Chiese all’intervistatore perché non facessero vedere più video di musicisti neri. Quello, spiazzato dal fatto di trovarsi a essere intervistato invece che a intervistare, non seppe cosa rispondere e farfugliò che non gli sembrava così. Bowie insistette dicendo che gli sembrava che le cose musicalmente più interessanti le stessero facendo proprio i neri. L’altro cercò di spiegare che loro programmavano quello che la gente voleva, dando un’involontaria risposta a Bowie, che lo raggelò con uno sguardo che diceva solo “Non pensare di essere più intelligente di me, non ci provare”.

Questo era Bowie: non solo devoto alla causa della sua musica ma a quella di tutta la musica, in senso lato. Non contava chi la facesse ma contava che fosse buona e che la si sentisse per le strade. Non c’erano colori, non c’erano distinzioni: tutti conteniamo moltitudini e lui ce l’ha detto in musica.

Ci manchi tantissimo David.

 

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Martino Pietropoli (detto Tino Mar): la creatura Tino Mar, risultato di un esperimento riuscito non troppo bene, ha un suo laboratorio, ovviamente segreto, dal quale escono i progetti più disparati. L'importante è che siano barefoot. Appare come un tranquillo e serio professionista ma quando vede una scarpa a drop 0 perde il controllo ed esce a provarla correndo per strada. Prima però ha l'accortezza di annunciarlo su twitter. Condivide con BIG la possibilità di correre in fermo immagine ed è per questo l'altra faccia della stessa medaglia.

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