La mia Laugavegur Ultra Marathon, ovvero come sono diventato un ultra maratoneta

Un'ultra di 55km è un po' più di una maratona no? No.

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2013

Nel luglio 2013, nei primissimi giorni di quello che sarebbe stato il programma di allenamento “vero” per la mia prima maratona, ho iniziato il training “malissimo” saltando una intera settimana (e forse anche più) di allenamenti per fare un fantastico trekking (già programmato circa un anno prima) in Islanda in compagnia di due amici.
La mattina del primo giorno sono uscito dalla mia tenda a Landmannalaugar (con sensi di colpa da Runner a palla) e ho visto qualche centinaio di persone, vestite da corsa… nel bel mezzo del niente islandese. Pronte a correre una ultra maratona (esattamente una 55k) sullo stesso identico percorso su cui avrei camminato nei 4 giorni successivi. “Mi prendete in giro? Voi pazzi, folli, maniaci, fuori di testa…” ho pensato amorevolmente tra me e me. E ancora “55 chilometri di salite, neve, guadi, aree vulcaniche. Io non sarò mai, MAI, così pazzo”.

2017

“Sono pazzo, folle, maniaco, fuori di testa… ma che figata!” penso tra me e me mentre ritiro il pettorale (numero 282) per la mia Laugavegur Ultra Marathon.
Beh, sono pazzo ma almeno sono “coerente” nei giudizi.
Non sono preoccupato veramente della distanza (vige nella mia testa la strana ma confortante teoria basata su niente secondo la quale “se riesci a correre 42k ne riesci a correre anche 55”) ma sono invece (molto) preoccupato da come vestirmi e non per questioni di “stile”.
Il tempo in Islanda varia spesso ed in un giorno “quasi” intero di corsa su un percorso comunque abbastanza lungo da cambiare completamente area geografica potrebbe variare anche molto.
Un consulto “rapido” sul gruppo RunLovers su Facebook mi porta a una definizione finale per il mio outfit (a Cipolla Plus), lo zaino che ho con me (poche cose ma buone e che saranno tutte benedette) e per la borsa di metà percorso cui si ha diritto (nel mio caso una specie di mini-trasloco compresso in una sacca impermeabile).


Il giorno dopo sono sulla linea di partenza insieme al mio amico Alex (coinvolto per caso e ormai più carico di me) e altri 500 runner circa (di 33 paesi diversi!). Alla partenza indosso una felpina leggera, la mia adorata maglia della Brooklyn Half 2017, sulle spalle lo zainetto CamelBak con felpa aggiuntiva, giacca anti-pioggia, pantalone lungo (just in case), guanti e cappello (obbligatori!), scarpette da acqua, coprigola (fondamentale), gel e barrette varie, iPhone pronto ad immortalare il panorama più bello del mondo.

Le regole della gara

Siamo divisi in 4 gruppi con colori di pettorale diverso. Si parte alle 9:00 del mattino con i gruppi distanziati di 5 minuti ed abbiamo due “check point” obbligatori uno ai 22k (dove bisogna arrivare entro 4 ore) l’altro ai 38k (tempo limite 6 ore). Ci sono punti di ristoro circa ogni 10k.
Ci chiariscono che se non arrivi ai check point in tempo “sei fuori” (da leggersi con tono ed accento alla Crozza-Briatore). E gli islandesi non mi sembrano tanto flessibili (ed hanno sinceramente ragione, non sono zone dove vuoi che qualcuno rimanga da solo a vagare).

Il percorso

La partenza è a Landmannalaugar, uno dei posti più belli d’Islanda. Circondato da montagne multicolore (e alcune invece totalmente nere) e dei fiumi caldi in cui fare il bagno. Si parte subito in salita ma con il sole che fa capolino e “persino” pezzi di cielo azzurro. Ci saranno 12 gradi e poco vento. E dai dai dai.
La voglia di correre è tanta. Ma anche quella di fare foto. Sono già stato qui eppure non fermarsi è impossibile… è troppo bello “per essere vero”.
All’inizio si sale, poi si corre in una specie di piccola pianura in mezzo alla lava e poi ancora su su verso montagne marroni, azzurre e rosa. Ogni tanto arriva una puzza di zolfo fortissima ed il panorama offre montagne con spruzzatine di neve con un effetto, che io chiamo davvero poco scientificamente, “montagne mucca”. E’ tutto di una bellezza incredibile.

Dopo circa 5-6 km, si arriva sulla neve vera e qui il panorama diventa in bianco e nero… in senso letterale. Il cielo è ora completamente coperto. Il percorso continua a salire. A terra c’è tanta neve (parzialmente sciolta dove correre non è proprio agevole), dove non c’è neve c’è la terra… nera e vulcanica… corriamo così fino al primo ristoro (circa 10k) al rifugio Hrafntinnusker (non è un nome di fantasia!).


Giusto il tempo di bere / mangiare una banana e via veloci di nuovo sulla neve per altri 4 km circa.
Il vento aumenta, comincia a piovere / nevischiare / grandinare. Non fa mai veramente freddo però la giacca anti-vento azzurra (modello “Forza Napoli”) ci sta alla grande. Scalda il corpo ed anche il cuore in tanto bianco nero.


La neve finisce, le montagne cominciano a diventare verde “muschio islandese” ed in fondo ad una vallata si staglia (nota fuori contesto: erano anni che sognavo di scrivere in un post “si staglia”!!) un lago ancora distante qualche km. Bisognerà andare giù tramite una discesa bella ripida (ma divertente!) per raggiungerlo. Era annunciato ghiaccio qui, invece tutto tranquillo. Il sole spunta di nuovo. Arriviamo al primo guado. Io ed Alex ci fermiamo pronti a cambiare le nostre scarpe da trail con le scarpette da scoglio Decathlon che con orgoglio abbiamo portato fin qui. Invece siamo gli unici a fermarsi mentre tutti gli altri runner incuranti si fiondano nel fiume e proseguono. Breve consulto: decidiamo di fare “all’islandese” e ci uniformiamo al trend. Piedi in acqua (ghiacciata) con le nostre scarpe e via. Decisione corretta, pochi km dopo le scarpe sono già asciutte.
Arriviamo al primo check point (22k) il rifugio Álftavatn accanto ad un fantastico lago vulcanico,(abbondantemente sotto le 3 ore) qui ci staccano il secondo pezzettino di pettorale (il primo lo avevamo mollato subito alla partenza), “merenda”+ pit-stop al bagno e via.


Siamo carichi, freschi, ora c’è il sole, abbiamo mangiato e bevuto cosa può andare storto??… e invece arrivano i crampi!
Sono diversi anni che corro e non ho mai avuto crampi (eccetto una volta ma era nettamente colpa mia) e invece al 23k senza preavviso eccoli. “Andiamo bene”… penso tra me e me quando mancano “solo” 32 chilometri in fondo ma il polpaccio destro oggi ha deciso così. Whatever, si direbbe in inglese.
Rallentiamo leggermente il ritmo ma proseguiamo di slancio. I polpacci potranno anche dire “crampi” ma il cuore dice sempre “no way”.
Il paesaggio è sempre più bello, ora corriamo su e giù su delle piccole colline di un colore verde brillante, all’orizzonte cominciano ad apparire montagne verdi e nere (che mi piace pensare siano vulcani… ma sinceramente che ne so?!?!?).


Arriviamo al 30esimo chilometro ed è il momento di un “vero” guado (con acqua abbondantemente sopra il ginocchio). Qui ci sono volontari che ci aiutano ad attraversare con una corda e dall’altro lato ci attende la agognata borsa di “metà” gara.


Ne approfittiamo per cambiare i calzini zuppi, mangiare qualcosa e ripartire. I crampi sembrano peggiorare (molto) dopo i guadi, sarà l’acqua fredda forse… dopo circa un km mi devo fermare di nuovo. Stavolta sono i quadricipiti a farmi malissimo (anzi malerrimo). E’ l’unica volta in cui penso:“caz** mi sa che proprio non ce la faccio a finire”. Mi guardo le gambe e noto che hanno una linea viola marcatissima, i sotto-pantaloncini mi sembra comprimano troppo i muscoli. Li tolgo subito, li in-zaino (grazie Alex) e riparto. Ora va meglio… (non saprò mai se è vero oppure è solo un sollievo psicologico!), siamo in una piana completamente grigia… sembra Mordor… o la luna… fate voi… e riprende a piovere.

C’è un vento contro pazzesco. Comincio a guardare il Garmin (che è andato in pappa sulle distanze perché tutti i tratti in salita li ha considerati come se fossi fermo) devo arrivare ai 38k entro sei ore, sono a circa 5 ore e 20 ed il rifugio ancora non si vede (i crampi si sentono invece ogni volta che allungo “troppo” la gamba per saltare qualche sasso inaspettato)..
Arrivo al rifugio Emstrur in 5 ore e 35, i volontari applaudono e trovo Alex che mi aspetta da qualche minuto, mangio circa 7kg di salatini, bevo 29 Gatorade, ingurgito 2400 banane ed al grido confortante di “mancano solo 17k” ripartiamo rinfrancati.
Ora si scende dritti verso un fiume (dove per fortuna c’è un ponte) e poi… inevitabilmente… si risale (anche tanto).
Il gruppo dei runner si è molto allungato, davanti a me ne vedo solo qualcuno. Dietro pure meno. Ci sono momenti in cui, semplicemente, non vedo nessuno. Sono solo, in mezzo al niente, sento solo il rumore del vento. Sono stanco e dolorante ma sono sicuro che arriverò in fondo. Il cuore mi dice costantemente così.
Tutto è troppo bello per mollare. Il telefono, invece, “muore”. Troppe foto. Ciao batteria.


Ancora alcuni chilometri, alterno corsa in pianura e discesa a camminata (affaticata) in salita.
Ogni tanto penso alla maratona di New York, la mia gara “del cuore”. La mia preferita ed il motivo per quale oggi (e sempre) corro. Qui non potrebbe essere più diverso. Eppure sono in “gara” e l’applauso o le grida di incoraggiamento di qualcuno che fa trekking mi ridà una incredibile forza di correre, proprio come quando cominci ad essere stanco a Brooklyn e qualcuno ti sostiene chiamandoti per nome. Adesso corro in una pianura con dei fiori viola bellissimi. Piove ancora. Ancora una salita pesante (magari invece è una salitina ma la mia percezione sicuro mi dice il contrario), ancora una discesa ed ora si spegne anche il Garmin. Sono a circa 7 ore e 40 di corsa, circa 51 chilometri, non ho mai corso così tanti km in vita mia.
Arrivo all’ultimo guado. Un volontario mi dice “2.8k to go”. Davvero?!?!?
2.8 chilometri! Ma quanto sono pochi 2.8 chilometri?? Come si fa a non fare 2.8 chilometri??? E poi, sinceramente, ma come suona meglio e molto meno di “3 chilometri”????


Il paesaggio dopo il fiume è cambiato ancora ed ora ci sono alberi (per la prima volta!), fiori, cespugli… sembra all’improvviso di essere sulle le nostre montagne.
Ad un certo punto si comincia a sentire la voce dell’altoparlante dell’arrivo. Alex mi ha aspettato e decidiamo di arrivare assieme, siamo sempre più vicini… i crampi ora festeggiano con me… ma chi se ne frega… arriviamo a Þórsmörk…. in 8 ore, 15 minuti e 45 secondi…. !
Il mio nome “lorenzoooo marihaaa delllllluvaaa” pronunciato in islandese suona fantastico. Sono stanco. Ma non sono morto. Ho finito. Sono un ultra maratoneta.

There and back again

 

Quanti sono “davvero” 55 chilometri? E 1600 metri di dislivello positivo? E quanti guadi abbiamo passato? E quanti vulcani, chilometri sulla neve, zone geotermiche e pozze di fango abbiamo visto? Quante volte sono scivolato o inciampato? E quanti crampi? Quanto poco le foto possono raccontare dell’incredibile bellezza dei posti che abbiamo visto? Quanto il cuore mi ha spinto avanti contro quello che diceva – chiaramente – il corpo?
Non ho, sinceramente, risposte a queste domande.
So però che la prima volta che ho rimesso le scarpe da corsa (… del resto ho DI NUOVO saltato la prima settimana di allenamento per la prossima Maratona di NY e devo già recuperare!)… mi sentivo diverso.
Ho scoperto la corsa per caso. Ho scoperto la maratona per caso. Ho scoperto questa gara per caso.
La consiglierei a qualcuno? Assolutamente e con tutte le mie forze.
Sono tanti 55k? Si, ma sono anche “pochi” per tutto quello che si vede e soprattuto per quello che si prova. O magari anche quello dipendeva da me, chissà.
Steve Jobs diceva “the journey is the reward” ovvero “il viaggio è la ricompensa”.
E non potrebbe essere più vero per la Laugavegur Ultra Marathon.

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Info Utili

La Laugavegur Ultra Marathon si corre una volta all’anno (a metà luglio)
Le iscrizioni (solo online) aprono nei primi giorni di Gennaio e si chiudono al raggiungimento del numero massimo (circa 500 persone). Di solito solo poche settimane dopo l’apertura. Il costo di iscrizione per il 2017 è stato di circa 280 euro.
La gara si corre su uno dei percorsi di trekking più famosi d’Islanda e collega Landmannalaugar a Húsadalur nella zona di Þórsmörk. Si tratta di zone remote e difficilmente raggiungibili da veicoli “standard”.
L’organizzazione fornisce (a pagamento per altri 140 euro circa) anche il Race Bus da Reykjavik alla partenza, la colazione, la cena ed il bus per tornare in città la sera stessa della gara.

Per maggiori informazioni.

Testo e foto di Lorenzo dell’Uva – @delluva

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