La Maratona sa aspettare, tu?

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A quanto pare, a meno di capovolgimenti di fronte dell’ultimo minuto e una improbabile concomitanza della combinazione volo/giorni/costi, dovrò rinunciare a correre ad ottobre la mia seconda distanza regina del 2017. Decisione sofferta, ma la corsa deve essere sempre un piacere, e bisogna dare spazio alle reali priorità. Ma è soltanto un appuntamento rimandato, quello con i quarantaduemilacentonovantacinque metri, perché ormai, nella mia testa, la Maratona è LA GARA. Ad ogni modo, per non arrivare impreparato nel lontanissimo caso sia possibile correrla, ho deciso di continuare fino all’ultimo a seguire la preparazione. In ognuna delle tabelle che Charlene mi ha proposto per l’avvicinamento alle tre Maratone a cui ho partecipato finora, a circa un mese dal giorno della gara era prevista una corsa sulla distanza della Mezza Maratona. Anche per la preparazione della quarta, che avevo immaginato essere una tra la Maratona di Lisbona e quella di Venezia, era quindi stata fissata una corsa a rotta di collo su questo chilometraggio, e la scelta era caduta sul correre una gara e non fare una semplice corsa di allenamento, scegliendo la prima edizione della Alghero Half Marathon, praticamente dietro casa.
E’ il primo ottobre 2017, sono le 9.25 del mattino ed io sono in mezzo alla folla di persone che aspetta lo sparo che dà l’inizio alla gara sulla distanza della Mezza Maratona e dei Diecimila metri. Non ho grosse ambizioni, perciò, dopo aver scambiato quattro chiacchiere con alcuni altri amici che partecipano, decidiamo di provare a tenere i 4’10” in gruppo finché riusciamo, e poi ciascuno di noi valuterà se accelerare o risparmiarsi per il finale di gara. La temperatura e la giornata sono praticamente perfette. C’è un lieve strato di nuvole che impedisce al sole di picchiare con forza e che mantiene fresca la mattina. Qualche minuto fa, mentre ci scaldavamo con Stefano e Pietro dei City Runners (una crew di corsa di Sassari che ogni tanto mi ospita per delle corse in compagnia), che faranno la Mezza, ed A., Federico, Filippo e Michele (il mio collega/manager) che faranno i Diecimila o i Cinquemila (ormai li sto portando definitivamente verso il lato oscuro della Forza Corsa), si parlava dei progetti per l’inverno, delle gare da fare e di come tanti altri si trovino in difficoltà a causa dei problemi di collegamento in cui la Sardegna è caduta in questi mesi per il taglio di tanti voli. Abbiamo tardato un po’ col riscaldamento e siamo quindi in fondo nel gruppo, ma ho già corso su questo percorso nelle scorse settimane per provare un po’ l’altimetria, e so che ci sono tanti punti larghi in cui eventualmente superare qualche concorrente. Lo speaker fa partire il conto alla rovescia, poi spara. Si parte. Appena all’inizio del percorso si fa un tratto di un centinaio di metri in leggera salita con una curva stretta a sinistra che porta verso la discesa fino al tratto da fare sul lungomare di questa bella cittadina dalla costa ovest della Sardegna. Alla curva sto di fianco ad Alessandro, uno degli amici che vorrebbe stare sotto l’ora e trenta, e cerchiamo di non perdere il contatto con Stefano e Pietro davanti a noi. Corriamo per circa mezzo chilometro cercando di non colpire altri corridori, mantenendoci sul lato sinistro della strada fino a che è possibile. Raggiungiamo Stefano e Pietro poco dopo, e ci sistemiamo in gruppo cercando di tenere il passo e farci scudo l’un l’altro per vincere la resistenza dell’aria. Questo tratto è praticamente in piano e l’unica cosa di cui ci dobbiamo preoccupare è mettere un piede dopo l’altro al ritmo previsto, senza forzare nonostante il percorso possa far pensare che si può spingere un po’ di più. Ma mancano ancora diciannove chilometri, ed è meglio mantenere le energie per quando saranno necessarie. Nonostante le attenzioni del caso stiamo andando tre o quattro secondi per chilometro più veloci, ed il gruppetto iniziale di sette o otto persone si è un po’ diradato. Rallento un po’ tentando di riprendere il passo previsto, e ci compattiamo nuovamente cercando di scambiare anche qualche parola per non pensare troppo alla fatica. A breve ci sarà il primo dei ristori e poco dopo il primo giro di boa che ci farà fare retrofront per tornare in città. È incredibile come la strada scorra veloce quando il paesaggio è tanto bello. Alla nostra sinistra la pineta della spiaggia di Maria Pia filtra la leggera brezza che arriva dal mare, aiutandoci non poco nella corsa. Al ristoro mi fermo, memore dell’ultima esperienza a Roma (no, il clima non è minimamente paragonabile oggi, ma non si sa mai) e bevo con tranquillità. Ho abbastanza energie per poter riprendere il passo previsto, e se anche dovessi attardarmi di un secondo in più non cascherebbe il mondo. Poco prima del giro di boa il gruppo è di nuovo sfasato, Stefano, Pietro e Gianni (che si era unito a noi sul percorso) restano leggermente indietro e ora ci siamo solo io ed Alessandro a spingere sul ritmo previsto, con qualche altro runner che ci affianca per qualche tratto, lasciandoci poi indietro o cedendo lui il passo. Intorno al decimo chilometro percorriamo per la prima volta la salita che ci riporta verso la zona del traguardo e che dovremo rifare anche poco prima del ventunesimo, e rientriamo in città dove il tifo si fa sentire più forte e dà quella marcia in più che ti fa dimenticare la fatica ed il caldo che inizia un po’ a far capolino. Guardo l’orologio, siamo sotto il ritmo previsto di circa cinque secondi per chilometro, che potrebbero sembrare pochi, ma se li si deve tenere per dieci o undici chilometri possono essere davvero tanti. Cerco di parlare con Alessandro e capire se possiamo andare avanti a questa velocità, nei nostri piani avevamo immaginato di arrivare a questo punto e decidere se fosse il caso di conservarsi o provare ad accelerare. Per ora decidiamo che si possa provare a tenere il passo. Incrociamo i nostri compagni di corsa che arrivano sul lato opposto della strada e ci incitiamo a vicenda. Mi piace sempre tantissimo questo farsi il tifo mentre si corre, è un bel modo per dirsi “possiamo farcela, dai” e mi dà sempre un sacco di energia. Intorno al tredicesimo chilometro ci affianca un altro concorrente che vorrebbe terminare sotto l’ora e trenta. Ci stiamo dentro ampiamente se teniamo questo passo, ma anche rallentando di dieci secondi per chilometro ormai siamo in quella fascia di sicurezza che, a meno di capovolgimenti di fronte imprevedibili, ti fa mantenere la testa concentrata sull’obbiettivo e ti concede il lusso di poter tentare il tutto per tutto alla fine senza spremere tutte le tue energie in una fase tanto delicata come questa di metà gara.

Alessandro si stacca un po’ e mi dice di andare. Aspetto ancora per qualche centinaio di metri, mi fermo a bere al ristoro, lo vedo arrivare e gli chiedo se ce la fa ad andare a questo ritmo fino alla fine e quando mi rassicura riparto. Siamo al sedicesimo chilometro e mi sento molto bene. Riprendo qualche corridore davanti a me, sento suonare l’orologio e vedo che sono sceso di una quindicina di secondi per chilometro. Incrocio il mio amico Guido, che oggi non corre perché la scorsa settimana ha centrato il personale a Berlino ed ha optato per saltare questa gara e dare il suo contributo all’organizzazione, che mi grida – scherzando ma non troppo – di smettere di parlare e pensare a correre, che poi arrivi morto“. Non ha tutti i torti, ma che gusto c’è ad incrociare altri runners e non incitarsi un po’? Da qui fino a quasi la fine del ventesimo chilometro è tutto in piano, posso provare ad accelerare ancora? – mi dico – posso. Accelero fino al passo che penso di poter tenere e intorno al diciannovesimo chilometro mi affianco a Salvatore (anche lui una settimana fa ha corso a Berlino) che sta dando una mano ad una atleta in difficoltà (e stanno comunque correndo come dei dannati). Chiedo se va tutto bene, mi dicono che riescono a gestire e provo quindi a staccarmi ancora un po’. Davanti ho altri tre o quattro runners. Mi sento chiamare. Ci sono Marco e Cristian, altri due ragazzi della crew City Runners che fanno il tifo. Anche loro erano a Berlino una settimana fa (era una specie di colonia sarda, in pratica) e sanno bene quanto sia importante il supporto del pubblico, soprattutto in queste fasi finali di gara. Mi sento come se fossi Kipchoge e mi si stampa sul volto un sorriso, e il mio spirito keniota mi fa provare un’ultima spinta finale.

Ho davanti due ragazzi ed una ragazza con un cappellino bianco ed una coda bionda che non è una coda ma neanche una treccia. Provo a riprenderli. Scambio una battuta col primo, che mi fa cenno di proseguire col pollice sollevato senza dire nulla. Il secondo invece risponde al mio incitamento e sembra tentare anche lui un allungo finale, ma a meno di cinquecento metri dall’arrivo si stacca e resta indietro. Lei, invece, è sempre davanti. Non so nemmeno se voglio davvero raggiungerla, però dentro sento di doverci provare. Accelero ancora, o almeno credo perché sono sul tratto in salita che riporta verso il centro città e al traguardo e non so se sto davvero andando più veloce o se sto soltanto facendo più fatica. La gente fa calorosamente il tifo, l’estate è tecnicamente finita ma qui ad Alghero ci sono ancora tanti turisti che oggi si sono goduti e ci hanno fatto godere una gara (a mio parere) davvero ben organizzata. Faccio la curva del Largo San Francesco, siamo a poche decine di metri e forse ce la faccio a riprenderla, ma appena mi immetto sul rettilineo d’arrivo lei scompare. Taglio il traguardo in un tempo incredibile, di soli pochi secondi più alto del mio miglior tempo sulla Mezza, e mentre supero la linea d’arrivo penso sia un vero peccato non poter affrontare la Regina tra tre settimane.
Una ragazza mi mette al collo la medaglia da Finisher, e mentre sento sul petto il peso del metallo che dondola mi sento dire: la Maratona può aspettare, se tu saprai aspettare. Bella corsa, Maratoneta.
Ma la ragazza che mi ha dato la medaglia non ha parlato, e non ci sono altre donne vicino a me.
Attendo che taglino il traguardo gli amici con cui ho corso. È una grande giornata oggi, quasi tutti riescono a portare a casa il loro miglior tempo sulla Mezza Maratona. Arriva un paio di minuti dopo di me Alessandro, poi ecco Stefano, Gianni, Pietro, Luca, Enrico, e poi ecco Marco, che forse ha spinto un po’ troppo all’inizio ed ha sofferto un po’, ma ha comunque tagliato via quasi quattro minuti dal suo tempo precedente, Luciano, Angelo, Tommaso e poi via via tutti gli altri. E’ una bella festa vederli arrivare tutti felici, qualsiasi sia il tempo impiegato.

Raggiungo A. che mi aspetta con Federico, Michele e Filippo (anche loro hanno fatto il loro miglior tempo) e andiamo verso il ristoro finale. Ci sono le banane, per mia grande gioia, e un sacco di altre cose buone (anche se uno spazio per la celebre focaccia algherese lo lasciamo comunque). Una ragazza svedese mi riconosce dalle foto di instagram (bontà sua) e facciamo una foto insieme, chiacchierando un po’. Saluto un sacco di amici vecchi e nuovi, tanti arrivati grazie al RunLovers Club su Facebook (sei iscritto, no?), poi ci incamminiamo verso casa, passando nuovamente davanti al traguardo.

Cerco con gli occhi una sagoma conosciuta oltre il gonfiabile dell’arrivo ma Charlene ovviamente non c’è, ed io resto per qualche secondo sulla linea rossa col sorriso sulle labbra, una bella medaglia al collo ed una promessa: saprò aspettare Charlene, saprò aspettare.

 

[CONTINUA…]

(Photo credits: ASD Alghero Marathon; Giovanni Schiavo)

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Pietro corre, sempre. Anche due volte al giorno. Si narra che, a causa di tutte le scarpe che ha consumato, i negozi specializzati gli stendano un tappeto rosso per favorire il suo ingresso tra squilli di trombe e urla di tripudio. Pietro è una persona meravigliosamente incoerente: prende la corsa con serietà ma ci scherza su; ama la Sardegna e gli manca la Norvegia. Pietro racconta in modo stupendo la corsa vissuta da uno che la pratica con amore viscerale, e questa è la cosa più importante.

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