Di quella volta che io e Charlene stringemmo i denti a Roma

A volte si cede oltre oltre metà gara. Più spesso verso la fine. Ma se la crisi è all'inizio?

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Débâcle: sostantivo femminile, francese.
Significato: Disfatta, sconfitta clamorosa.
Sinonimi: I Mezza Maratona di Roma.

Sinonimi nel dizionario RunLovers: Esperienza.

Ci sono volte in cui, durante una corsa, può capitare di maledire se stessi e la decisione di iscriversi a questa o quella gara. È una cosa quasi fisiologica che in alcuni casi perdura per tutta la corsa, facendoci pensare che non varrà la pena correre l’edizione successiva. A volte si cambia idea in prossimità del traguardo, quando ci si rende conto che si sta per fare un buon tempo, e le impressioni negative che si avevano fino a qualche minuto prima spariscono. Nella maggior parte dei casi però, almeno per quel che mi riguarda, è una sensazione che sparisce dopo qualche chilometro, quando le gambe iniziano a girare bene e la testa inizia a staccarsi dai pensieri e dal tempo che l’orologio segna. È il 17 giugno 2017, e sono pressappoco le 21.18. In questo momento il mio sconforto iniziale svanisce, quando come una visione rivelatrice ci compare davanti “la maestà der Colosseo” coi suoi due millenni di vita, e mi stampa sulla faccia un sorriso da bambino. Sto correndo la prima edizione della Mezza Maratona di Roma, e sto cercando di recuperare posizioni per raggiungere i pacer dell’ora e ventiquattro minuti. È un tempo che non ho mai fatto in vita mia, e che, in tutta sincerità, penso di non riuscire a raggiungere, non in questo percorso almeno, vista l’altimetria (non proibitiva, ma comunque da tenere in rispetto). Ho quindi deciso di provare a seguire il gruppo almeno per metà gara e poi valutare il da farsi in base a come mi sentirò.

Ma non sempre le cose vanno come si programmano, per quanto bene le si possa programmare. Infatti, a poco meno del quinto chilometro, nel tratto in cui l’asfalto di via Celio Vibenna lascia spazio ai sanpietrini di Via di San Gregorio e ci lasciamo il Colosseo e l’Arco di Costantino alle spalle, metto male il piede destro e per un secondo sento una fitta che mi terrorizza.
Click.
Cervello spento. La mia Mezza Maratona di Roma, in pratica, termina qui. Non mi fermo, continuo valutando se tutto sia a posto e prendo l’acqua al ristoro, dove ci sono solo bicchieri di plastica e come sempre mi trovo un po’ in difficoltà a bere mentre corro. C’è molto caldo, sono fradicio e so che devo bere senza saltare un solo punto, e che devo bere in quantità per non rischiare una disidratazione troppo alta. Guardo la strada cercando di prestare attenzione a dove metto i piedi, e di capire cosa sia successo al mio piede destro. Non sento male, un po’ di fastidio in appoggio ma male certamente no, ma non sono per nulla sereno. Continuo a correre ma ho già abbandonato l’idea di tenere i pacer. All’ottavo chilometro c’è un tratto in salita che non ricordavo di aver visto nell’altimetria, e sento salire uno sconforto inatteso. Realizzo, quando mancano ancora tredici chilometri, che oggi sarà molto difficile, no anzi, impossibile, completare la gara nel modo che avrei voluto. Mentre prendo il tratto in discesa, nella penombra della notte che ancora non si è fatta completa, devo evitare due persone che attraversano la strada, quasi invisibili per la scarsità di illuminazione di questa parte. Si cominciano a sentire alcune espressioni colorite arrivare dagli altri runners, il caldo è sicuramente complice ma effettivamente certe cose non te le saresti aspettate in un evento con più di 7000 iscritti. Rientriamo in via del Corso, siamo quasi al decimo chilometro e mi sento chiamare. Ci sono i ragazzi della crew Eternal Eagles qui, fanno il tifo con trombe, musica e cartelli, una forza della natura. Il loro motto è non correrai mai solo, ed è proprio vero. Ne ho conosciuto alcuni ieri notte a cena (Dario, Vincenzo, Federica, Luca e Marta), e mentre gli passo di fronte fanno ancora più rumore e tifo, è davvero bellissimo e mi serviva proprio un po’ di carica. Sollevo il pollice, sorrido, dico grazie e mi rimetto un po’ in sesto. Metà gara è passata, devo “solo” continuare su questo passo. Allo spugnaggio mi rinfresco come posso, sto ancora mantenendo un buon passo sebbene stia correndo quasi per inerzia. Poi, intorno al tredicesimo, si spegne tutto. Non nella mia testa, dove il cervello era già andato in standby al sanpietrino del quinto chilometro, ma sulla strada. Per diversi chilometri sul lungotevere è completamente buio. Buio totale. Cerco di concentrarmi e scrutare l’asfalto, ma si vede pochissimo e ad ogni passo si rischia di cadere. L’orologio suona, è il quattordicesimo chilometro. Tra un paio di minuti, prima del ristoro, prenderò il gel come da programma. Ma il ristoro, al quindicesimo, non c’è. E io ho già mandato giù il gel. Acqua, mi serve acqua. Non ho altro pensiero che dissetarmi. Sono molto disidratato, e ho preso un gel convinto di poter bere e quindi riuscire ad assimilarlo meglio. Davanti e dietro me si sentono improperi di ogni tipo, ma è talmente buio che non vedo chi li pronuncia (no, non ho ancora le allucinazioni, sono davvero altri runners che stanno imprecando). Acqua. Cerco di concentrarmi e mantenere la calma, di ragionare sul da farsi. Non che ci siano molte possibilità in effetti, devo necessariamente rallentare e mantenere un passo sostenibile fino al ristoro. Acqua. Penso a quando la scorsa estate il caldo mi aveva creato seri problemi mentre correvo un lunghissimo. Non è una situazione molto diversa, solo che qui siamo a Roma in gara e a meno di ritirarmi (ci penso sempre più spesso in questo tratto) devo capire come gestirmi. Finalmente di nuovo luce, e a trecento metri (ma sembrano duemila) ecco il ristoro tanto desiderato. Acqua, ora sì che si ragiona. Mi fermo. Bevo diversi bicchieri, ne prendo anche un paio con dei sali, guardo l’orologio e provo a fare dei calcoli veloci. Non ci riesco. Ricomincio a correre, mancano meno di cinque chilometri, ormai è quasi fatta è l’incubo del ritiro è quasi lontano. Non che ci sia onta o disonore, sia chiaro, ma non sarei per nulla contento di me se mi dovessi ritirare perché non ho capito come gestirmi. Mi affianca una ragazza con la coda. Prima ancora di sentirla colpire coi passi l’asfalto so che è lei, che ha capito che sono in difficoltà e anche se non sto correndo una Maratona ma una Mezza mi viene in aiuto. Charlene mi parla, mi suggerisce di calmarmi e pensare solo a non farmi male. Il tempo stanotte non è importante. Non lo è mai stato e lo sarà ancora meno oggi. È un’allucinazione amica, così diversa da quelle che avevo avuto fino a qualche minuto fa, quando immaginavo di stare male e non poter essere nemmeno soccorso a causa del buio. Sollevo le spalle, provo a mettere per bene i piedi, continuo a tenere il passo. Stiamo rientrando “in città”, tra poco arriveremo in via del Corso e da lì dritti verso Piazza del Popolo e il traguardo. Mancano due chilometri. Posso tenere questo passo e forse anche accelerare un pochino. Intorno al ventesimo, o almeno credo, ci sono di nuovo i ragazzi di Eternal Eagles. Federica mi vede, sventola un cartello, mi fa un segno con la mano e mi carica tantissimo. Ormai la finisco, e la finisco in accelerazione, mi dico. Mancano cinquecento metri, c’è tanta gente e il supporto si fa sentire, per fortuna. Charlene mi ha lasciato solo a correre quest’ultimo tratto, o forse no, perchè raggiungo un ragazzo (si chiama Francesco), che è scoppiato come me e sta facendo un tempo molto più alto del solito. Ci facciamo carica a vicenda in questi ultimi due minuti, e arriviamo insieme al traguardo.
Mi sento chiamare. Yurima dall’altra parte delle transenne mi vede, “Sei un cencio” – mi dice, e mi passa una bottiglia di bibita energetica. Bevo come fa la sabbia del deserto quando piove. È finita. Non come avevo immaginato, ma è finita. Non vedevo l’ora, a dir la verità.
Prendo il mio pacco gara, mangio la crostatina e la marmellata, bevo ancora. Accendo il cellulare, i miei amici che stanno correndo non sono ancora arrivati (c’è Francesco, con cui ho corso la DjTen lo scorso ottobre, e dei miei colleghi di lavoro che ho trascinato in quest’avventura, Michele – è il mio manager, anche se io non lo so, Claudio ed Elisabetta), mi preoccupo un po’. Mentre li aspetto, incontro tanti ragazzi del RunLovers Club (lo conosci, no?), scambiamo due parole, ci diciamo che siamo stati comunque bravi oggi, anche se per tanti non è andata bene come si pensava. Arrivano tutti, un po’ più tardi del previsto ma sorridenti, ed alla fine è quello che conta. Riesco a vedere e salutare di nuovo anche i ragazzi di Eternal Eagles. Tutto sommato sono felice, nonostante la grande fatica.
Andiamo a prendere qualcosa per cena e ci sediamo a mangiare sui gradini di piazzale Flaminio. Mentre mangiamo, scherziamo su quanto siamo stravolti, ci raccontiamo un sacco di cose, ci promettiamo di non fare mai più una gara in questo periodo. Ridiamo molto.
Mi si siede di fianco la ragazza con la coda, anche lei ha un panino avvolto dalla stagnola e sembra mangiarlo con gusto. Non mi giro per parlarle perché so che mi prenderebbero tutti per pazzo.
Lei termina la sua cena e mi dice all’orecchio: “È per questo che corri, non per il tempo“.
Sorrido in silenzio perché lo so che Charlene ha ragione, come sempre.
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Pietro corre, sempre. Anche due volte al giorno. Si narra che, a causa di tutte le scarpe che ha consumato, i negozi specializzati gli stendano un tappeto rosso per favorire il suo ingresso tra squilli di trombe e urla di tripudio. Pietro è una persona meravigliosamente incoerente: prende la corsa con serietà ma ci scherza su; ama la Sardegna e gli manca la Norvegia. Pietro racconta in modo stupendo la corsa vissuta da uno che la pratica con amore viscerale, e questa è la cosa più importante.

12 COMMENTI

  1. Caldo, afa, buio a tratti, sanpietrini maledetti e tanta, tantissima sete implacabile. Leggendoti ho rivissuto tutta la mia esperienza di sabato, e forse un po’ di delusione per il pessimo tempo che ho fatto se n’è andata! Grande!

    • Ho parlato con tanti altri runner sabato, praticamente tutti concordavano sul fatto che sia stata una gara davvero difficile. Per cui, anche se diverso da quanto aspettavamo, prendiamo il risultato per buono! :)

    • Sì, un vero peccato, bastavano poche cosette per migliorare l’esperienza di corsa. Per il caldo purtroppo non si può far nulla, ma il percorso ed i ristori potevano essere gestiti meglio. La prossima edizione può solo migliorare, anche grazie alle critiche costruttive di chi ha avuto difficoltà quest’anno. Vediamo il bicchiere mezzo pieno, è pur sempre soltanto una gara di corsa! :)

  2. Quella di Roma è stata la mia prima mezza maratona. Ho rivissuto ogni singolo momento che hai descritto: la fatica, il “click” (l’ho avuto dopo il 10° km), la voglia di mollare al 15° km, gli altri che ti incoraggiano. Poi, le mie energie sono finite al 18° km. Gli ultimi 3 km l’ho fatti solo con la forza di volontà, mi era rimasta solo quella. In Via del Corso vedevo il traguardo avvicinarsi sempre di più e chi era con me ha detto che di colpo ho accelerato. Mentre mi avvicinavo a Piazza del Popolo dicevo tra me e me: “Ce l’ho fatta!”, pensando a quando ho iniziato a correre in modo più o meno serio appena un anno e tre mesi fa.
    Puntavo a farla in meno di due ore. All’11° km mi sono fatto un esame di umiltà e ho deciso solo di provare a finirla. Chiusa in 2:12 e spicci, che per me è lo stesso un tempone.
    Ne posso parlare bene solo perché i primi 10 km avevano un’ambientazione surreale e perché è stata la mia prima mezza che mi ha insegnato tanto, ma credo proprio che l’anno prossimo non tornerò.

    • La prossima edizione sarà sicuramente migliore di questa, sono certo che cercheranno di imparare dalle critiche/consigli di quest’anno :)

    • Charlene è la mia tabella di corsa. Un’entità astratta (un’allucinazione in alcuni casi) nata per preparare la maratona di Roma di aprile 2016 e che è finita per essere una costante nelle mie corse per la preparazione di ogni gara sulla distanza Regina che ho affrontato finora (Roma, Oslo e Los Angeles – tutte raccontate qui su RunLovers). A volte, come è capitato sabato notte, compare per darmi consigli (è molto saggia) e per tenermi su di morale quando le cose non vanno come speravo.

      Ormai, nonostante sia un’invenzione, mi capita di parlarci per davvero. È un po’ come parlare col mio inconscio, in effetti.

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