Di quella volta che io e Charlene corremmo verso il Pacifico

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È il 19 Marzo 2017 ed è quasi arrivata l’alba sul Dodgers Stadium di Los Angeles. Io e Charlene siamo ammassati nella calca infernale di venticinquemila persone che aspettano lo sparo di partenza della Skechers Performance Los Angeles Marathon, alla quale sono stato invitato come Ambassador per RunLovers (e l’Italia) da Skechers. Sono in uno stato fisico che sta a metà tra la trance e il sonno profondo, perché nonostante abbia dormito benissimo in queste due notti (io e Sandro siamo arrivati a Los Angeles venerdì), mi sono comunque dovuto svegliare ben prima del solito orario e il sonno si sta po’ facendo sentire. Forse anche perché in questi giorni ho ricevuto un sacco di auguri e in bocca al lupo dai tanti amici del RunLovers Club su facebook (non dirmi che non sei iscritto!?), Charlene mi tranquillizza e mi dice di non preoccuparmi, che il sonno e la stanchezza svaniranno allo sparo (di solito ho le allucinazioni durante o alla fine della corsa, non ho nemmeno iniziato la gara e ci parlo di già, sono proprio a posto eh). Pochi minuti fa ho avuto modo di chiacchierare un po’ col pacer delle tre ore e quindici, che è il mio obiettivo di tempo, che mi ha rassicurato e incoraggiato. Lo intravedo qualche decina di metri davanti a me, e spero che il gruppone di persone che ho davanti non mi faccia troppo da tappo, facendomi poi sprecare preziose risorse per raggiungerlo. Ho intenzione di mantenere sempre il contatto con lui, in modo da avere un aiuto anche psicologico per la corsa, nel caso fosse necessario. Nell’attesa della partenza mi sto difendendo dal fresco di questa notte americana quasi terminata con un impermeabile usa e getta che però mi fa condensare l’umidità sulla pelle e mi chiedo se sia stata una mossa azzeccata indossarlo. La partenza è fissata per le 6:55 e dall’hotel ci hanno accompagnati qui più di un’ora fa, dopo aver girato per un tempo che mi è parso non finire mai per le vie della città (siamo partiti alle 5:00 e ci abbiamo impiegato davvero una vita per fare tre o quattro chilometri, incredibile). Ho fatto colazione e scambiato qualche parola con qualche altro Skechers Ambassador da diverse altre parti del mondo (abbiamo uno spazio riservato – i soliti raccomandati!) ed ho provato a riscaldarmi un po’ insieme a un ragazzo con cui eravamo già in contatto tramite instagram, ma non è stato un riscaldamento fatto bene, durato troppo poco e troppo distante dall’inizio della corsa. Ma tanto si poteva fare, e forse è meglio di niente. Ad ogni modo, ora siamo qui, io e Charlene, ed aspettiamo lo sparo. Il cielo sembra libero dalle nuvole che minacciavano pioggia nelle previsioni di qualche ora fa, ma il fresco continua a sentirsi pungente. Ho il numero di pettorale 2926, pantaloncini attillati automassaggianti autocorrenti (seeeee, magari!), una canotta giallo fluo e celeste fornitami per l’occasione, in testa il mio solito cappellino con fissata la fida GoPro e ai piedi le scarpe su cui ho riposto molta fiducia, per ora ripagata: le Skechers Forza. Partono i ragazzi in handbike. Sento un piacevole brivido lungo la schiena. È quel misto di ansia da prestazione e smania di cominciare, ci muoviamo in avanti e prendono posto per la partenza le donne elite, che partiranno dieci minuti prima di noi. Aspetto ancora per togliere l’impermeabile e lasciarlo in uno dei cesti al lato della griglia, voglio raffreddarmi il meno possibile. La luce inizia a diffondersi e il cielo da blu scuro sta diventando indaco. Non mi era mai capitato di partecipare ad una gara con partenza all’alba, è una bella sensazione, simile alle mie corse verso le albe di casa, ma con in più tutte le emozioni che una gara come la maratona comporta. Partono le donne. Tolgo l’impermeabile e cerco di posizionarmi il più vicino possibile al pacer, senza spingere troppo ma cercando comunque di non perderlo. Ora sono a sei, sette metri, che reputo una distanza adeguata, nonostante sappia bene che appena partiti si allontanerà per la grande calca. Lo speaker (ha un accento fortissimo) introduce la gara. Una donna canta senza accompagnamento l’inno americano, forse sbagliando qualche parola perché alcuni corridori vicino a me mugugnano,ma poi esplode l’applauso di tutti. Parte il conto alla rovescia. Io e gli altri corridori stiamo saltellando per tenerci caldi, e al suo “… One. Go Run LA!” scattiamo in avanti come fossimo delle… tartarughe! Come spesso accade quando c’è tanta ressa quasi si passeggia velocemente alla partenza, con i bip dei chip che passano sopra il tappeto rilevatore che fanno da sottofondo. Per fortuna anche il pacer sta passeggiando velocemente, e lo ho ancora ben sottocchio. Iniziamo a correre seriamente, lo aggancio e mi cerco di adattare al passo. Facciamo subito un chilometro scarso in salita e appena terminata c’è una curva a gomito verso destra in discesa dove il gruppone che ancora tiene il passo si stringe. Ci si tocca con gli altri corridori, pochi metri davanti a me un ragazzo cade, si rialza ma lo perdo di vista perché sparisce dietro alla folla in un attimo. Spero per lui che non si sia fatto nulla e che possa concludere la gara, sarebbe davvero un grande peccato ritirarsi dopo così poco. Corriamo in leggera discesa o in piano per mezz’ora circa. Stiamo andando ben più forte di quanto dovremmo, ma il pacer ci dice che è bene prendere tempo ora, perché poi ci sarà da sudare (beh, adesso è una passeggiata invece eh). Intorno al quarto miglio, poco meno di sette chilometri (riesco ancora a fare la conversione approssimativa da miglia a chilometri), iniziamo a salire. Saliamo per un chilometro circa lasciando alla nostra sinistra il Disney Concert Hall, con tantissimi che rallentano vistosamente, ci siamo sfaldati già un po’ ma continuo a tenere il passo del pacer. Di tanto in tanto accendo la GoPro per fare qualche ripresa, anche se temo che con la poca luce questi primi chilometri possano venire male. Chi mi corre vicino e mi sente parlare pensa (ed ha ragione) che sono un po’ matto a parlar da solo. Poco male, continuiamo a fare qualche salita e discesa, è un tratto un po’ noioso e soprattutto qui ancora poche persone si sono riversate in strada per fare il tifo, e questo un po’ penalizza chi magari ha necessità di un conforto. Comunque siamo ancora abbastanza compatti dietro la nostra lepre e continuiamo ad andare mantenendo il passo. Charlene mi ha consigliato, prima di partire, di non impostare niente nell’orologio, ed affidarmi completamente al pacer per il ritmo da tenere. Mi sono fidato, ma inevitabilmente ogni tanto l’occhio cade sul display per controllare se siamo nel tempo previsto. Va ancora tutto bene e mi rassereno un po’. Inoltre ieri al convention centre mi è stato consegnato un braccialetto con i parziali da tenere miglio per miglio. Sì rivelerà molto utile, anche se ancora non lo so.  Passiamo di fianco ad un parco molto grande con un lago al centro da cui si alza un po’ di foschia, inizia ad esserci nuovamente qualcuno che fa il tifo, è una bellissima sensazione. Sto già sudando come se fossi nel deserto del Sahara nonostante il giorno sia appena iniziato e la temperatura sia ancora molto fresca. Il sole ci è sorto alle spalle e proietta le nostre ombre sull’asfalto, allungandole o accorciandole a seconda degli ostacoli che vanno ad incontrare. Siamo quasi arrivati al decimo miglio, circa sedici chilometri, e da qui in poi la corsa dovrebbe proseguire quasi in linea retta puntando verso l’Oceano Pacifico. Alla nostra destra, in teoria, da questo punto avremmo potuto vedere l’Hollywood Sign, la celebre scritta sulla collina, ma per quanto abbia cercato di sbirciare tra i palazzi non ci sono riuscito. Eppure ieri siamo passati di qui con Sandro, e si vedeva, giuro.

Continuo a correre e mi viene in mente che mentre a me mancano ancora due ore da correre gli atleti elite saranno già ad oltre metà del percorso. Facciamo due curve a gomito sinistra-destra per spostarci da Hollywood Boulevard a Sunset Boulevard. E ci immettiamo in un altro immenso rettilineo di un paio di chilometri, praticamente in piano. Abbiamo appena passato la mezza maratona e sono ancora abbastanza lucido e con le giuste energie. Siamo però decisamente sotto il tempo previsto, e qualcuno chiede al pacer se non sia il caso di rallentare. Risponde che tra poco volenti o nolenti rallenteremo. Prendo il terzo gel dal taschino e lo mando giù prima del ristoro. Anche qui acqua e sali sono distribuiti con dei bicchieri di carta invece che in bottigliette. È una soluzione certamente più ecologica e quindi da ammirare, ma decisamente più scomoda per bere, perché si deve necessariamente rallentare. A questo punto della gara però riesco ancora a fare qualche allungo senza soffrire, per cui appena dopo il ristoro riprendo il passo cercando di fare un po’ di progressione per non consumare troppi zuccheri tutti insieme in uno scatto. Per fortuna siamo di nuovo in un tratto in discesa, e riesco a stare con il pacer. Appena riprendo il pacer facciamo uno zig-zag e iniziamo una serie di salite/discese che quasi dimezza il nostro gruppo. Le miglia sono quasi sedici e tra poche centinaia di metri si potrà iniziare il classico conto alla rovescia per arrivare alle 26.2 miglia della maratona. Siamo ora dentro Beverly Hills, di nuovo in piano, e l’immagine che ho davanti agli occhi è la classica cartolina californiana, con le palme ai lati della strada larghissima e il sole che taglia le ombre. Se non stessi faticando per la corsa sarebbe davvero un’immagine rilassante. Facciamo ancora qualche curva seguita da brevi rettilinei, comincio a sentire un po’ di fatica in questi cambi di direzione, ma il tratto è per fortuna quasi pianeggiante e riesco a mantenere il passo. Supero tantissime persone e altrettante superano me. Mi interessa davvero poco ovviamente, sono qui per divertirmi e confrontarmi solo con il me stesso che mi avrebbe voluto a letto a dormire, ma ogni volta che mi giro per dare un’occhiata vedo un fiume di gente e mi meraviglio di come sia possibile che tanti altri abbiano la stessa voglia, o forse la stessa necessità. Tre anni fa non mi sarebbe mai nemmeno passato per la mente che oggi sarei stato a Los Angeles a correre su questo asfalto. Ero un uomo felicemente obeso e moderatamente ottimista per la vita, che una sera di marzo ha pensato di voler andare a correre un po’, e dopo nemmeno duecento metri aveva dovuto fermarsi per riprendere fiato, col cuore a mille e i polmoni che rischiavano di uscire dal petto. Quella sera presi la decisione di tornare in forma, e man mano che i chili calavano aumentavano i chilometri e la velocità, e viceversa. Se sia stato facile o meno non saprei dirlo e forse ha ben poca importanza, la cosa che conta è che grazie a quella sera sono accadute poi tante cose che mi hanno permesso di essere qui e raccontare di come un uomo normalissimo, se vuole, può fare delle cose che lui stesso avrebbe reputato impossibili. È solo questione di allenamento e di volontà. Ma torniamo alla strada su cui sto consumando la gomma delle mie Skechers Forza, che non è più completamente illuminata dal sole perchè sono tornate le nuvole, e che diminuisce ad ogni passo. Siamo al termine del diciottesimo miglio (ecco, qui non so più quanti chilometri siano, provo a fare il calcolo ma ormai il mio cervello non riesce a lavorare come dovrebbe: o corro o faccio i conti, e preferisco correre) e inizia una salita poco pendente ma lunghissima che decima la folla davanti a me. Ho avuto modo in questi mesi di allenarmi a Sassari, la città dove vivo e lavoro, nella quale per fortuna o sfortuna di tratti in pianura ce ne sono davvero pochi, ma dopo tanta strada fatta è dura anche se si è abituati. Il pacer ci ha detto che da ora in poi, se vogliamo tentare di fare  un tempo inferiore alle 3h14′ è meglio che iniziamo a staccarci. Vedo il cartello del ventesimo miglio e mando giù un gel, che per il caldo è diventato praticamente liquido. Sono passate poco più di due ore, e ora rallentare per bere dai bicchierini di carta e poi fare gli allunghi post-ristoro inizia ad essere piuttosto provante. Per fortuna la gente ora è diventata numerosa e ci incita calorosamente. Provo a fare un po’ di conti sulla previsione di arrivo. Sono, al momento, ben sotto le 3h10′. Charlene mi chiede se possa riuscire davvero a tenere questo passo per un’altra ora e dieci. No, non posso, ha ragione. È il momento di gestire al meglio le risorse e mantenere la mente sul mio obiettivo di tempo originario, per cui decido che dove sarà possibile tirare un po’ lo farò, ma se ci saranno punti in cui rallentare non cercherò di fare l’eroe. Passo su un lato della strada dove ci sono dei ragazzini e delle ragazzine con i cartelli “High five for more power (batti cinque per avere più energia)” che mi caricano un po’. È sempre bello che nelle gare di corsa ci sia qualcuno che non conosci ad incitarti, indipendentemente da quella che è e che sarà la tua posizione in classifica. La strada è più o meno pianeggiante adesso e percorriamo un rettilineo che ad occhio sarà lungo un chilometro circa o poco più, poi svoltiamo a sinistra e passiamo sotto un cavalcavia. È il tratto che sulla carta temevo maggiormente, e si rivela ben peggiore del previsto. Siamo a metà tra il ventunesimo e il ventiduesimo miglio, e ricomincia la salita, appena dopo una curva. È la combinazione che, nei lunghissimi provati in Sardegna, mi ha sempre creato difficoltà. Ma questa non è la litoranea che dalla spiaggia di Platamona riporta verso Porto Torres, il mio paese natale, dove so che alla fine troverò ad aspettarmi e farmi trascinare i passi la salita della chiesa di Balai. Questa è San Vicente Boulevard a Los Angeles, e so che tra circa un altro miglio, a poco più di un chilometro e mezzo dal punto in cui sono ora, inizierà di nuovo la discesa, e potrò fare gli ultimi chilometri di questa gara correndo verso il Pacifico. Stringo un po’ i denti e soprattutto chiudo il naso (c’è un odore nauseabondo qui sotto) e provo ad andare senza forzare il passo. Immaginando la gara e guardando la mappa altimetrica, al miglio ventitreesimo avevo pensato che il Pacifico di fronte a me avrebbe riflesso la luce del sole lasciandomi senza respiro proprio nell’istante in cui avrei iniziato a fare il tratto in discesa, in una sorta di stato di trance che mi avrebbe dato una forza inattesa in grado di farmi accelerare per terminare in progressione. La dura realtà invece è che al ventitreesimo miglio l’Oceano è ancora una meta immaginaria, e davanti a me ci sono solo altri ragazzi e ragazze che corrono, ma nessuna luce che ci investe infondendoci chissà che. Dobbiamo, necessariamente, cercare le ultime energie in noi stessi. Sono decisamente stanco ora. È così che va la maratona, questo ormai l’ho capito anche se sto per terminare solo la mia terza gara Regina. Ti illude un po’, ti fa immaginare cose che vorresti accadessero, e poi ti fa tornare coi piedi per terra schiaffeggiandoti. È un po’ come la vita, alla fine. Charlene mi sta correndo di fianco in questo tratto, la sua calma solita ha lasciato spazio ad un’espressione di sconforto al pari della mia, ma alziamo il pollice e ci facciamo coraggio. Ce l’abbiamo fatta altre volte, ce la faremo anche questa. Passiamo di fronte al cartello del ventiquattresimo miglio (di già? in discesa si corre meglio e ci si stanca di meno, che figata!) e inevitabilmente guardo il braccialetto coi parziali. Mancano poco meno di tre chilometri e mezzo e sono ampiamente nel tempo preventivato. È la fase più critica, quella in cui ad Oslo mi ero dovuto fermare per i crampi. Cerco di fare un veloce checkup delle mie condizioni, sono davvero stanco ma forse riesco ancora a spremere qualcosa in più. Sotto la solita unghia dell’alluce si forma l’ennesima vescica, ma ormai non è una cosa che mi preoccupa, sono quasi arrivato. Ho ancora un gel in tasca e decido di utilizzarlo. Lo mando giù piano e mi guardo intorno. Come è successo per tutta la corsa, supero tanti altri che non ce la fanno più e alcuni altri mi superano. Rallento un po’ in un tratto di falsopiano, bevo al ristoro e continuo ad andare. E quando ormai né io né Charlene ci speravamo più, ecco che arriva l’aiuto che attendevamo. Una leggera brezza ci avvisa che il Pacifico è vicino, e che stiamo per terminare la corsa. Sollevo le spalle e cerco di migliorare la postura, guardo i piedi e le gambe dondolare sull’asfalto e punto lo sguardo dritto di fronte a me. A un centinaio di metri c’è il cartello delle venticinque miglia. Non riesco per nulla a fare la conversione, ma so che poi ne mancherà solo un altro da correre. Guardo il braccialetto coi parziali e provo a fare una stima del tempo di arrivo, so che non dovrei ma non riesco ad esimermi dal farlo. Dovrei farcela entro le 3h13’31”, per lui. Ed eccolo, finalmente. L’Oceano mi investe mentre faccio la curva che da San Vicente Boulevard immette sul rettilineo finale di Santa Monica.

La gente qui è una folla che grida ed incita da ogni angolo, che sventola bandierine colorate, che lancia in aria coriandoli. È una sensazione sempre bellissima e difficile da descrivere. Vedo in lontananza il traguardo, ci sono quasi. Ogni passo è diventato contemporaneamente pesantissimo da fare e insieme estremamente leggero. Un uomo davanti a me sta rallentando vistosamente, provo ad incitarlo e facciamo qualche decina di metri insieme, poi accelera di nuovo e di nuovo rallenta, poi di nuovo scatta in avanti con una forza inattesa, poi mi si affianca e mi dice “ok, i got it (ce la faccio)”. Mancano meno di cinquecento metri, il cartello delle ventisei miglia è ad un passo ed io mi sono messo sul lato della strada che guarda l’Oceano per scambiare il cinque con il pubblico e prendere gli incitamenti che ci stanno regalando. C’è un ragazzo che avrà venticinque anni con una bambina in braccio che indica alle mie spalle, ha un sorriso bellissimo e anche se so che non lo sta facendo per me decido di regalarmelo lo stesso. Cerco Sandro che mi aspetta qui ma non riesco a trovarlo in mezzo alla gente, eccolo là in fondo dietro al traguardo, o almeno credo, sì è lui. Prendo da uno dei miei taschini la bandiera dei Quattro Mori, simbolo della Sardegna, e mi metto a volare per questo quinto di miglio finale (no, non ho idea di quanti metri siano, in questo momento). Volo con Charlene accanto, questa donna forte che a Roma era una ragazza italiana un po’ riservata di cui sapevo ben poco, a Oslo era una bellissima norvegese che correva come il miglior manuale di atletica insegnerebbe e qui, così lontano da casa, ha tutti i volti delle persone che amo. Mi giro per guardarla ed ha gli occhi decisi di mio padre, che guarda i rami degli olivi e mi insegna come stendere le reti per la raccolta, e che stamattina, quando qui era ancora notte fonda e gli ho telefonato per fargli gli auguri della festa del papà, mi ha detto di farmi onore, e che qualunque risultato fosse arrivato, sarebbe stato fiero di me. Ha le mani di mia madre, con cui ha cucito non so più quanti jeans e impastato quante torte e stirato camicie per me. Ha i capelli sciolti di mia sorella e le nostre pochissime chiamate e messaggi, che non serve poi tanto per dirsi ti voglio bene. Ed ha le spalle nude di A., Charlene, ed il suo profumo, quando mi risveglio la mattina e guardandola dormire desidero di desiderare di svegliarmi sempre così. Mi indica il traguardo e il tempo, sorridendo. Corro alla velocità di Bolt questi ultimi metri, andando incontro al ponte gonfiabile ed a Sandro che mi aspetta scattando le foto dell’arrivo. È un tempo per me incredibile ed insperato, 3h12’07”. Vorrei urlare e forse lo sto facendo, ma nella mia visione alzo semplicemente il pollice sinistro per dirle grazie, perché senza di lei non sarei qui, e poi stringo il pugno perché ce l’abbiamo davvero fatta ed io, quello che tre anni fa non riusciva a correre per un minuto di fila, per la terza volta in meno di un anno ho corso per quarantaduemilacentonovantacinque metri, e sono di nuovo un maratoneta.

Sono un maratoneta, e qualunque cosa mi offrirà la vita, so che posso farcela.

Grazie di tutto, Charlene, e addio.

Fino alla prossima.

[FINE]

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Pietro corre, sempre. Anche due volte al giorno. Si narra che, a causa di tutte le scarpe che ha consumato, i negozi specializzati gli stendano un tappeto rosso per favorire il suo ingresso tra squilli di trombe e urla di tripudio. Pietro è una persona meravigliosamente incoerente: prende la corsa con serietà ma ci scherza su; ama la Sardegna e gli manca la Norvegia. Pietro racconta in modo stupendo la corsa vissuta da uno che la pratica con amore viscerale, e questa è la cosa più importante.

30 COMMENTI

  1. Mi hai fatto piangere!!!
    Sei grande Pietro, una forza della natura!
    Fra due settimane tocca a me (e a tanti altri Runlovers) correre a Roma questi benedetti/maledetti 42195 metri di gioia, sudore, fatica e infine gloria, perchè quando finisci una maratona, non importa con che tempo, sei sempre e comunque un eroe!
    Grazie per avermi caricato di una gran voglia di correrla…

  2. Che dire gran bel articolo, credo che se non riuscirò a correre una maratona con ciò che hai scritto ho almeno provato le emozioni che si avvertono facendo la distanza regina, ti ho conosciuto alla djten a milano e avevo capito subito, che avevo conosciuto una persona vera con un gran cuore,una gran testa e delle gambe che ti porteranno lontano, grazie del racconto e delle emozioni che mi hai fatto provare.

    • Beppe sai bene (ma te lo ribadisco) che ricambio la stima e le considerazioni. Spero di rivederti presto! :)

  3. Pietro,stavolta hai veramente esagerato,ho letto l’articolo dalla postazione del lavoro e ho dovuto nascondermi il volto,per no far vedere che mi sciugavo le lacrime.Grazie per la sensazione emotiva che mi hai fatto provare.Sei un grande!!!

    • Grazie davvero Maurizio, sono contento di aver potuto trasmettere (anche solo in parte) le emozioni che ho provato durante la gara! :)

  4. Commovente, sul serio.
    Tantissima stima per te, per il successo nella gara Regina, per il bellissimo gesto del sostenere quel runner affannato verso la fine finché si è ripreso, per tutto!

    • Grazie mille Boris! Avevo scordato la GoPro accesa e solo all’arrivo in hotel mi sono accorto di aver registrato anche il momento in cui Ricky (il runner con cui abbiamo corso gli ultimi metri) ha tagliato il traguardo ed è venuto ad abbracciarmi. Rivedere quella parte è stato molto commovente! :)

  5. Mamma mia Pie’,mi hai fatto emozionare!!!!!Oltre ad essere un bravissimo maratoneta, sei un bravissimo scrittore!!!!
    Tanta stima!!!!

  6. Mi ero salvata l’articolo perchè già sapevo che Pietro non è colui che elenca numeri e tempi quando racconta la sua maratona e volevo legerlo con calma. Sò che questa ‘corsa’ non deve essere stata facile, c’era anche un pò (credo) la pressione delle aspettative. Comunque non è stata una maratona, ma un pezzo della sua vita che ha voluto condividere con Noi. Vabbè, chelodicoafare che mi sono commossa?! Chì non lo sarebbe leggendolo?! Una vita piena, ricca e composta delel belle caratteristiche che appunto fanno di Pietro un grande Uomo. Tantissimi stima, come sempre.
    Debora Ferrari

  7. Che bel racconto, credo che in queste righe hai racchiuso le emozioni che tutti noi amatoriali e non proviamo quando affondiamo le scarpe sull’asfalto, quando in quelle ore di corsa non ci interessiamo di nulla se non della strada e di cosa ci spetta all’arrivo. Complimenti ancora

  8. Complimenti pietro ho sempre letto i tuoi articoli su runloverdms, ma stavolta ti sei superato! BRAVISSIMO DAVVERO! Cari saluti dalla Sardegna (Olbia)

  9. Che meraviglia di articolo e di racconto! L’ho letto in ufficio (ssshhh…) e mi ha trasportato un po’ nelle tue corse in Sardegna e sicuramente a Los Angeles … davvero emozionante! Tra RunLovers e Instagram piano piano mi sembra di conoscerti un po’ di più Pietro e sei davvero una forza della natura e un’ispirazione continua anche per una ragazza come me che corricchia solamente qua e là ogni tanto .. Complimenti davvero! Chiara

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