Cosa si prova?

CONDIVIDI

Non parlo molto di me – per fortuna o purtroppo, dirai – ma c’è una cosa su cui sto lavorando molto da quando, alla fine dell’anno scorso, ho deciso che volevo provare a diventare un triatleta: me stesso.

Non parlo molto di me perché sono convinto che – nella realtà dei fatti – non ti freghi granché di quello che faccio, di chi sono o di cosa penso intimamente. E forse anche perché io stesso, molto probabilmente, ho una forma di profonda gelosia per quello che sono i miei pensieri, la mia personalità più schietta, la mia vita quando non sono connesso. Probabilmente, nella parte più intima del mio essere, sono un orso che – cercando di essere gentile, educato e, senza dubbio, cazzone “simpatico cialtrone”  – a tratti ama la “solitudine” della disconnessione.

Però mi piace condividere quegli aspetti di me che, nei miei momenti di presunzione, credo possano essere utili agli altri. Insomma, non scrivo per mettermi in mostra, non pubblico tempi, non faccio a gara a “chi ce l’ha più lungo”, non cerco visibilità, non mi creo un personaggio ad hoc ma – semplicemente – prendo un pezzo dei miei pensieri, di quello che sento o provo, e te lo sbatto in faccia per magari instaurare una conversazione oppure (e qui sono davvero presuntuoso) perché possa farti sentire meno solo o solamente farti capire cosa prova uno come me.

Uno come me che, da “Pippa”, sta cercando di diventare una “Pippa un po’ più specializzata”, nuotando, pedalando e correndo.

Quest’anno

Quando parti è tutto facile, bello, divertente. Ti innamori soprattutto dell’idea perché, negli anni precedenti, ti sei reso conto che la corsa è meravigliosa, è il tuo Vero-Grande-Amore. Ma – e qui entro nuovamente nel personale – io sono uno che non ama fermarsi e si annoia facilmente quando si trova dentro a una routine. Quindi, se prima ero innamorato della corsa, ora ho evoluto il mio rapporto con lei, sposandola e facendo due bimbi che si chiamano Nuoto e Ciclismo (nomi orribili per due bimbi, lo ammetto).

Ecco, il mio modo di intendere l’amore per il triathlon è simile a quello che si può provare in una famiglia.

Quest’anno però non è stato tutto rose e fiori. A gennaio mi sono trovato ad aver esagerato/sbagliato ed essere andato così in over-reaching e poi una serie di sfighe nei mesi successivi (fino alla metà di giugno, non per un paio di settimane) mi hanno a volte rallentato e, altre, fermato.

Quindi, mio malgrado, mi trovo a dover ricalibrare tutti i miei obiettivi anche se, in fondo, non me ne frega granché. Per il semplice fatto che le uniche cose che mi divertono sono il percorso che sto facendo, le sensazioni che provo, le cose che imparo, le persone che incontro, la conoscenza di me stesso che aumenta inesorabilmente. Non si tratta solo di nuotare, pedalare o correre; è una specie di “cammino verso l’illuminazione” dove però non arrivi mai. Anzi, a volte vieni rimandato indietro. (Quindi forse assomiglia più a un Gioco dell’Oca ma non è questo il punto)

Magari ti potrà sembrare, da come ho scritto le righe precedenti, che io possa essere abbattuto ma ti garantisco che non è così. Probabilmente la nostra indole ci porta a descrivere con più parole gli stati d’animo complicati ma la verità è che, se mi giro indietro e guardo gli ultimi mesi, vedo solo ricordi positivi.

Ecco cosa provo io

Parto da adesso, l’istante preciso in cui sto scrivendo, dopo aver fatto un allenamento di tecnica in piscina. E nelle ore successive senti quel dolore tipo-ematoma nei muscoli di spalle, schiena e braccia che hai usato tanto. Ti fanno male anche i polsi. C’è stato un giorno in cui il dolore arrivava fino all’ultima falange delle dita. Non sono masochista ma quel dolore è bello perché sono consapevole che non è nient’altro se non il mio corpo che mi sta dicendo: “sono attivo, vivo, e sto migliorando!”.

Ormai la piscina è diventata un po’ casa mia: sono lì tre volte alla settimana e l’odore di cloro sulla pelle (e nel baule della macchina) è un piacevole compagno. La fatica? Si sente, cacchio se si sente, ma, nell’esatto istante in cui esci dall’acqua, diventa un’altra cosa. Si trasforma in soddisfazione, miglioramento, ogni volta scopro una nuova versione di me.

Ripensare a un anno e mezzo fa, in cui – vedendolo con gli occhi di adesso – non ero nemmeno capace di nuotare (ma in realtà nemmeno adesso so farlo bene, altrimenti non avrei un coach dedicato solo al nuoto), dà soddisfazione. Rispetto a “quelli bravi” io faccio ridere con i miei 5 Km a settimana, ma l’acqua è un elemento che fa stare bene, che dà una sensazione di pace, anche se segui una linea blu come un criceto, che svuota il cervello e le orecchie. Quindi me ne frego della distanza e penso solo a nuotare.

Sia chiaro, ho detto che svuota il cervello ma, se pensi che in piscina i brutti pensieri possano affogare, sbagli di brutto. I pensieri negativi sanno nuotare molto meglio di Michael Phelps.

Ci sono poi la bici e la corsa. E le nomino insieme perché, se in piscina non lo noti perché sei nell’acqua, nelle altre due discipline il sudore lo senti eccome. La prima è divertente per la sua adrenalina, la velocità, il vento sempre in faccia – ma quando è contrario ti fa maledire Eolo, il dio dei venti. E poi c’è la strizza quando sei per strada e non sai se la macchina ferma all’incrocio ti vedrà arrivare o se chi arriva da dietro starà chattando su whatsapp mentre guida. Ci sono i quadricipiti femorali (e ogni altro muscolo delle gambe) che urlano e bruciano come degli indemoniati quando spingi troppo ma poi, quando arrivi in cima alla salita, ti senti in paradiso. C’è la bicicletta che ti sembra essere troppo grande quando parti e troppo piccola quando torni, e il pensiero costante che – magari riducendo il peso di qualche grammo – potresti fare meno fatica, ma in fondo sai benissimo che non è così.

La corsa invece, come ti dicevo, è sempre il Vero-Grande-Amore. Il gesto naturale, il contatto con il terreno, il tempo a disposizione per me stesso, la lentezza dell’incedere in un rettilineo con l’arrivo che sembra sempre lontano uguale e le maledette levatacce mattutine. Ma ora è anche un’altra cosa: consapevolezza, conoscenza delle mie reazioni. Ho imparato a capire molto di più il mio corpo, come reagisce, come si comporta nelle diverse situazioni.

E lo stretching, il core e gli allenamenti indoor, perché in questo periodo ha fatto troppo troppo caldo per uscire. In fondo, il buon senso sta anche nel non fare il cretino. Allenarsi “tanto” (lo metto tra virgolette perché è un concetto relativo) ti insegna a non esagerare perché fare il cretino o fare troppo, oggi, significa non riuscire a fare nulla domani.

Parlando sempre e solo per me stesso, c’è pure il mio corpo che cambia. Nelle reazioni, nella consapevolezza. Impari a mangiare meglio perché, se quando hai 3 allenamenti alla settimana un po’ te ne puoi fregare, quando ne fai 9 ti rendi conto che hai bisogno della benzina giusta, del nutrimento che compensi le fatiche passate e ti prepari per quelle successive. Senza trascurare che tutto questo ha un impatto anche sul lato estetico, dato che erano più di vent’anni che non mi vedevo così tanto in forma (sempre parlando in modo soggettivo eh, sia chiaro).

In massima sintesi, cosa si prova? Come ci si sente? Ci si sente amplificati, fisicamente e mentalmente. Ti rendi conto di molte più cose, ti analizzi molto di più sotto ogni aspetto, ti conosci molto meglio. E sai che ogni goccia di sudore, in realtà, non è fatica ma divertimento allo stato grezzo.

E poi c’è la solitudine

Ci si sente amplificati, nell’affrontare quotidianamente la fatica, gli sforzi che richiedono grande forza di volontà, i sacrifici perché – quando non molli – in qualche modo riesci a farcela o impari a farcela.
Ma, soprattutto, ti rendi conto pure che sei da solo.

Se siamo fortunati (davvero molto fortunati), abbiamo qualcuno che ci sostiene, ci dà forza e ci accompagna; ma bisogna essere molto fortunati. “Yeah I’m a lucky man to count on both hands the ones I love” diceva Eddie. Ma comunque nessuno suderà al posto nostro, nessuno faticherà al posto nostro, nessuno si alzerà alle 5 del mattino al posto nostro.

E non mi riferisco solamente allo sport ma alla vita, in genere.

Ecco, questo è quello che provo IO. E vado avanti.

CONDIVIDI
Sandro Siviero (detto BIG): vive, lavora, scrive e corre in una località sconosciuta a tutti, localizzata dall'intelligence in una non meglio definita area nelle terre di Mordor. Big è una sorta di entità grigia che tutto vede e tutto controlla. Essere mitologico, ai collaboratori di RunLovers è concesso vederlo solo in occasione delle festività nazionali della Papuasia e solo in fermo immagine. Cioè mentre corre.
 Qua dentro è quello che decide chi vive e chi muore e, per questo, noi lo amiamo di un amore disinteressato e spontaneo.

18 COMMENTI

  1. Quanto è vero! Si è soli con noi stessi, la persona più importante della nostra vita. Complimenti! Diventare un triatleta è il sogno di tanti e la realtà dura ma felice di pochi. Per me è un obiettivo lontano, ma lo raggiungeró. Da “ex Pippa” a “ex Pippa 2.0” :)

    • È importante raggiungere gli obiettivi. E credo sia ancora più importante divertirsi mentre lo si fa. (E dopo il 2.0, ci sarà il 2.1 ;)

  2. Davvero bella, Big.
    Credo che dovremmo creare un gruppo di “neofiti_trilovers”… almeno per sentirci meno soli.

  3. Tanta stima Sandro! … e un pochino di sana invidia, perché io ho riposto nel cassetto il mio sogno di diventare triatleta. Però è lì, ogni tanto apro il cassetto, lo accarezzo, sorrido e aspetto che arrivi un momento giusto. E intanto corro. A casa, in vacanza, piano, forte, poco o a lungo, non importa. Corro e amo farlo, amo sentirmi responsabile delle mie scelte e dei miei risultati.
    Grazie per questo splendido articolo, sei un’ispirazione continua, con la tua pacatezza e la tua determinazione. Sei grande Boss!!!

    • Esatto, Elisa. Il bello dei cassetti è che possono essere aperti e, al momento giusto, far uscire cose belle.

  4. Grazie per questo articolo mi ci identifico al 100×100.Prime due gare di triathlon olimpico quest’anno,sensazioni stupende.Un saluto

  5. Grazie per aver condiviso delle emozioni in cui mi rispecchio molto. Non sono triatleta, ma anch’io vedo mese dopo mese, anno dopo anno, il mio corpo che cambia, in meglio o in peggio a seconda di come lo tratto. Ho imparato ad ascoltarlo e a rispettarlo anche quando mi ha “tradita”, e proprio quando lo stavo amando di più! E soprattutto mi godo il viaggio, ogni piccolo progresso, tutti i benedetti dolori ai quadricipiti, e anche le delusioni, che sono tanto utili. Ho cominciato a pensare a lungo termine, a non avere fretta, che tanto dalla corsa non ci campo, e ci voglio lavorare su per star bene il più a lungo possibile. Le ho affiancato la palestra e lo yoga, perchè voglio capire dove posso arrivare, nel migliore dei modi. E tutto questo anche grazie a voi, amatissimi Runlovers, siete (siamo, se mi permetti Sandro) “una squadra fortissimi”! ;-)

  6. Grazie Sandro. Ho appena acquistato un libro sul triathlon proprio perché dopo la corsa che pratico oramai da 4-5 anni, anch’io sento il bisogno di un’evoluzione… E condivido le tue sensazioni al 100%!

RISPONDI

Please enter your comment!
Please enter your name here