Siri Lindley, e pensare che non sapevo neanche nuotare

Siri Lindley è stata una straordinaria triatleta, anche considerando che quando iniziò non era mai andata in bici e non sapeva nemmeno nuotare

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Siri Lindley era abituata agli sport di squadra. Al college aveva giocato (e vinto) in 3 diverse discipline: lacrosse e hockey su ghiaccio e su prato. Eppure le era sempre rimasta un’insicurezza di fondo: quando aveva contato davvero la sua prestazione per far vincere la sua squadra? Quanto valeva davvero lei?
Poco dopo essersi ritirata dagli sport di squadra un amico la invitò a seguirlo a una gara di triathlon. Lei sapeva a malapena di cosa si trattava, ma, inutile dirlo, fu amore a prima vista.

Dalla squadra al singolo

C’era però un problema: Siri non sapeva nuotare. Quello sport che sembrava perfetto per dare una risposta alla domanda che si poneva da tempo “Quanto valgo davvero io come individuo?” la sfidava prima ancora di partecipare a una vera gara.
La determinazione non le mancava e iniziò ad allenarsi: corsa, nuoto, bici. Ripetere all’infinito. Eppure nei primi tempi la determinazione era la sua sola alleata. Siri racconta che disse a sua madre “Voglio diventare la più forte del mondo” e lei la guardò sconsolata perché assisteva ai suoi allenamenti e capiva quanto la sua ambizione e la realtà fosse distanti anni luce.

La prima volta

Siri scelse di fare la sua prima gara dove non la conosceva nessuno. Voleva eliminare almeno quella componente psicologica. Andò in Colorado e, diligente, si allineò assieme agli altri triatleti pronta alla sessione di nuoto. Un giudice le chiese “In che gruppo sei?” e lei non seppe rispondergli. “Che tempo fai di solito?” ma lei non aveva mai fatto una gara, non aveva idea di che tempo avrebbe fatto. Spavaldamente si mise col gruppo di testa. E ne venne travolta, superata, doppiata. Riuscì però a completarla e a saltare in sella alla bici e fare anche quella e poi a correre e a tagliare il traguardo. Forse in ultima posizione, nemmeno lei controllò. Ma era eccitata: si era divertita, quella era esattamente la cosa che voleva fare. Quella notte poco prima di addormentarsi si ricordò di tutte le facce disgustate del pubblico che osservava sgomento una che ci provava ma che non era capace. Dettagli che non aveva registrato durante la gara perché era troppo concentrata ma che le si riproposero irriverenti prima di addormentarsi. Andò da sua madre e glielo confidò. “Non ti preoccupare amore” le disse lei “Sei bravissima a fare tante altre cose, questa non conta”.
“No mamma, non hai capito: io voglio farlo. Io ce la farò”.
Era il 1992.

La fame

Un’esperienza che avrebbe potuto annientarla si trasformò nel più potente motore motivazionale che poteva avere. “Volevo stare bene. Volevo essere felice. Avevo fame di stare bene nel mio corpo”. Siri si trovò di fronte a una sconfitta e la rifiutò: non voleva più sentirsi così, aveva rabbia e voglia di sentirsi meglio e diversa. Quel giorno non accettò la sconfitta e scelse diversamente e con ancora più convinzione di prima.
Si spostò in Colorado, la Mecca del triathlon. La triatleta sgraziata e inconsapevole di quella prima gara si allenò e nel 1996 iniziò a partecipare a gare del ITU World Cup nelle quali si classificò quasi sempre fra i primi 10. Ricorda: dal non sapere nuotare al gruppo delle migliori 10 al mondo. Ma era solo l’inizio.
Nel 2000 il triathlon divenne ufficialmente una disciplina olimpica e lei era determinata a entrare in squadra. Decise di andare ad allenarsi in Australia, “come una monaca”, racconta. Lo faceva da sola, senza contatto con nessuno, visualizzando la sua gara ogni notte, prima di addormentarsi. Partecipò alle qualificazioni per entrare nella squadra di triathlon delle olimpiadi di quell’anno.
Era in forma, era al massimo. Si tuffò, iniziò a nuotare e una concorrente le passò sopra, facendola bere e annaspare. Incespicò, perse terreno, fu messa subito in difficoltà. Concluse comunque con una buona qualificazione che le valse solo il 3° posto. Andò a Sidney ma come riserva.

Un’altra sconfitta? Non per Siri

“Quella fu una svolta per la mia vita”, ricorda “Avevo visualizzato la mia gara perfetta per mesi e mesi ma non avevo visualizzato ciò che poteva andare storto”. Loretta Harrop, un’altra concorrente australiana che ne aveva apprezzato le doti e la voglia di vincere, le scrisse dopo quella gara “Penso che tu meriti di più. Penso che dovresti venire ad allenarti con la mia squadra”.
“La sua squadra” era quella di Brett Sutton, uno dei migliori allenatori di triathlon del mondo. L’invito era ormai ufficiale e Siri scrisse a Brett che le rispose semplicemente “Devi venire a Losanna entro una settimana. Penserò a tutto io ma tu dovrai fare tutto quello che ti dico”.

Il vero allenamento

Brett era noto per i modi spicci e per il sangue che riusciva a cavare dalle pietre dei suoi atleti. Sangue non solo metaforico: i suoi allenamenti erano sempre al limite e spesso oltre. Eppure era uno dei più forti, il suo metodo funzionava.
Siri fu iniziata senza tanti complimenti. “Fino a quel giorno pensavo di essermi allenata molto duramente, ma non avevo idea di cosa fosse un allenamento duro”. Dopo 10 ore di volo arrivò a Losanna senza bagagli (erano stati smarriti) e con solo la sua bici. Si presentò all’allenamento in abiti civili. Era sera, era stanca per il viaggio. “Ok, prepara la bici, usciamo un paio d’ore”. Inutile dirlo, tornò distrutta, con le sole energie per buttarsi a letto: il giorno dopo l’aspettava il vero allenamento.
Iniziarono al mattino con il nuoto. La piscina era a 25 km dagli alloggi e la raggiunsero in van. Siri era tranquilla: era abituata a spingere sul nuoto, a farlo per circa 3km ad allenamento. Quel giorno gliene fecero fare 6 e mezzo e tutti erano più veloci di lei. Ma li fece. Finita la sessione era pronta a risalire sul van per andare a mangiare. “No, forse non hai capito” le dissero “Quello è per le bici. Ce le hanno portate qui. Si torna a casa in bici”. 25 km su e giù per le montagne. Ora di pranzo? Non proprio. “Hai 10 minuti per prepararti a correre”. Di nuovo sul van, altri 25 km, scendono tutti. Brett resta a bordo: “Ci vediamo a casa” e riparte. Altri 25 km, questa volta a piedi, su e giù per le montagne.
I giorni successivi furono tutti così. Sembrava che Brett volesse solo impaurirla con allenamenti estremi. Ma Siri non cedette e ogni giorno concluse le estenuanti sessioni. Ora dopo ora, passo dopo passo, lacrima dopo lacrima ricostruì se stessa.

Siri iniziò a cambiare anche dentro, nel suo lato mentale. Iniziò a essere felice nel suo corpo. Prima aveva sabotato se stessa e ora finalmente aveva capito che non doveva più ripercorrere le solite strade che l’avrebbero condotta a non realizzarsi completamente: non dubitava più di se stessa, non si compativa più. Aveva imparato a usare la paura in modo da metterla a frutto: come carburante per superare ostacoli, non per fermarcisi di fronte.

Capì che ogni volta che falliva era riuscita a crescere.
Un giorno chiese a Brett cosa l’avesse convinto ad allenarla.
“Vedi” le rispose “Una volta ti ho vista correre ed eri una delle ultime. Eri 42esima, lo ricordo ancora. Ma non ti eri data per vinta. Non saresti mai arrivata fra i primi ma nemmeno 42esima. Tu volevi almeno il 41esimo posto. Ecco cosa mi ha convinto: ho visto quella rabbia nei tuoi occhi e ho capito che eri quella giusta da allenare”.

Dopo

Il trattamento Sutton funzionò: nel 2001 Siri vinse 6 competizioni valide per l’ITU World Championship di fila e conquistò il titolo mondiale. E si ripetè l’anno dopo.
Quella che non sapeva nuotare era riuscita nel 1996 a diventare fra le 10 migliori al mondo. Quella che era stata derisa al suo primo triathlon era diventata campionessa del mondo per due anni di fila. Quella che aveva sconfitto le sue paure fino a trovare la sua dimensione ideale nel suo stesso corpo aveva un nome: Siri Lindley.

Non è mai finita

Nel 2002 Siri si ritira dalle competizioni per cominciare una nuova fase della sua vita, che coincide poi curiosamente con quello che ha sempre considerato il suo destino: essere coach.
Da allora ha allenato i più importanti atleti al mondo, fra cui Miranda Carfrae (3 titoli del mondo di Ironman) e Susan Williams (bronzo olimpico nel 2004). Ai suoi atleti insegna i tre punti cardine della sua filosofia:

BE BRAVE: sii coraggioso e sappi che è umano avere incertezze ma che devi saperle gestire per superarle
BE RESILIENT: quando vai al tappeto rialzati
BE RELENTLESS: non fermarti mai e sìì sempre convinto che quello che stai facendo avrà successo, non importa se non nell’immediato.

Del resto lei è l’esempio vivente di una donna che ha avuto una visione un giorno di tanti anni fa: voleva dimostrare a se stessa di poter superare le sue paure con la rabbia e la determinazione, voleva sentirsi sicura e felice nel proprio corpo.
Lo strumento sarebbe state il triathlon. E il fine? Essere la migliore al mondo.
Con il coraggio, la resilienza e la pazienza Siri c’è riuscita.
Non ci avrebbe mai scommesso nessuno.
A parte lei.

(Basato sull’intervista di Tony Robbins a Siri Lindley – Photo credits Vimeo)

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Martino Pietropoli (detto Tino Mar): la creatura Tino Mar, risultato di un esperimento riuscito non troppo bene, ha un suo laboratorio, ovviamente segreto, dal quale escono i progetti più disparati. L'importante è che siano barefoot. Appare come un tranquillo e serio professionista ma quando vede una scarpa a drop 0 perde il controllo ed esce a provarla correndo per strada. Prima però ha l'accortezza di annunciarlo su twitter. Condivide con BIG la possibilità di correre in fermo immagine ed è per questo l'altra faccia della stessa medaglia.

2 COMMENTI

  1. Personalmente sono sempre contro questo tipo di articoli; nulla da dire sulla forma e i contenuti ma il messaggio che il pezzo comunica è inequivocabilmente uno: per diventare un campione (e intendo un vero campione, di quelli che lottano per i titoli mondiali) basta la volontà, basta lo spirito di sacrificio, basta allenarsi tanto, tantissimo e bene, basta volerlo.
    Spiacente ma non è così (e lo sapete anche voi); se non hai la genetica di base, se non sei predisposto per diventare fortissimo non lo diventerai mai. Punto.
    Questo non significa assolutamente disprezzare ne tantomeno deprezzare i laghi di sudore, le montagne di fatica e gli anni di rinunce che tutti noi comuni sportivi abbiamo alle spalle e che ancora vogliamo affrontare, è l’unico modo per raggiungere il massimo ma il proprio massimo, non quello assoluto.
    Sembra scontato, sembra ovvio e banale ma chiariamolo una volta per tutte: quelli che sono diventati campioni hanno vissuto i loro calvari agonistici non più di quanto abbiano fatto decine di migliaia di altri normali atleti che sapevano di bruciare miliardi di calorie in allenamenti assassini con l’unica prospettiva di ben figurare alla corsa del quartiere, un traguardo leggermente meno gratificante di un campionato nazionale per non dire mondiale o olimpico eppure la determinazione è sempre stata la stessa e la cattiveria agonistica pure; non c’erano e non ci saranno mai stadi in tripudio per noi, forse un amico che ci scatta una foto da postare su FB e un altro che ci incita a finire, per cui la bella favola dell’atleta che voleva diventare campione a tutti i costi è molto, molto fuorviante e diseducativa, i racconti su cosa siano stati capaci di fare per raggiungere i traguardi li conosciamo bene perché è la stessa cosa che facciamo noi.
    Purtroppo o per fortuna, campioni si nasce e poi (eventualmente) si diventa.

    • Ciao Marco,
      se parti dal presupposto che questo articolo dica che se ti fai un mazzo tanto diventi campione del mondo permettimi di dirti che hai preso un abbaglio. Questa è la storia di una che usato una volontà mostruosa *anche per* diventare campione del mondo, ma soprattutto per vivere una vita più piena e felice. Secondo il tuo assunto la vita di Gesù non deve essere raccontata (anzi, è fuorviante) perché nessuno è figlio di Dio e nessuno ci redimerà facendosi crocifiggere. Per fortuna, aggiungo io. Quella di Siri è una parabola: non biblica certo, ma è una storia esemplare. Che tra l’altro non dice che per diventare campioni devi fare cose illegali o sbagliate per la mente e per il corpo. Ti dice solo di fare il massimo con quel che hai. È economia esistenziale direi. E no, non è affatto diseducativa.

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