Ogni corsa è un dono

Valentina cerca quella sensazione di libertà, di avere del tempo per lei. La sensazione di pienezza interiore, la sensazione di alienazione dal resto del mondo

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Every run is a gift

Ci sono svariati motivi che possono spingere un essere umano a iniziare a correre. C’è chi lo fa per tenersi in forma, chi per perdere qualche chilo di troppo, chi per curiosità, chi per imitazione e, infine, chi, come me, per sfida… con se stesso.

Nell’autunno 2012 realizzai che la mia vita non stava procedendo esattamente come avrei desiderato, mi sentivo triste, frustrata e sola. Avevo vissuto per 5 anni in una città che non sentivo mia, avevo perduto amicizie importanti, avevo rinunciato a dei sogni – e detto da me, che avevo appena ottenuto la laurea in psicologia, pare una barzelletta – ed era finalmente giunto il momento di tornare a casa, nella mia splendida città d’origine: Verona.

E così decisi che era giunto il momento di riscattarmi, di fare qualcosa per me stessa, di riuscire in qualcosa da cui trarre gratificazione… e la scelta ricadde proprio sulla corsa. Ricordo ancora l’emozione nell’andare a comprare il mio primo misero paio di scarpe da corsa e il primo tight… quando sono entrata nel reparto running è stato amore a prima vista (ahimè, non avevo mai messo piede in un negozio di articoli sportivi fino a quel momento e avevo sempre preferito indossare jeans stretch e tacchi a spillo), mi ci sarei persa nei corridoi di quel negozio.

E così iniziai a “correre”. Dico correre tra virgolette, perché, nonostante la mia buona volontà e la mia forza d’animo, più che correre arrancavo e non appena acceleravo l’aspettativa era quella di stramazzare al suolo di lì ai successivi 200 metri. Nonostante gli sforzi inesorabili e i progressi che procedevano a ritmo lumaca, ad ogni uscita mi sentivo soddisfatta e fiera, perché finalmente stavo dedicando del tempo a me stessa, ma soprattutto stavo mettendomi alla prova (perché, non neghiamolo, per dedicare del tempo a se stessi è sufficiente andare a farsi una manicure dall’estetista!). Io mi stavo mettendo alla prova, perché la corsa richiede impegno, richiede costanza e richiede il coraggio di alzarsi all’alba o usufruire delle ultime energie disponibili dopo un’estenuante giornata di lavoro per infilarsi le scarpette e sfidare le intemperie, freddo, vento, pioggia, neve, afa o umidità che sia. Per un anno ho corricchiato senza considerare i tempi, ma misurandomi soltanto sulle distanze, fino a che non ho scoperto il famigerato aggeggio “odi et amo”: il GPS. E, come potete immaginare, a quel punto la sfida ha iniziato a farsi davvero seria. Iniziarono, infatti, le 3-4 uscite a settimana, con allenamenti lunghi, corti, ma soprattutto le meravigliose ripetute che noi tutti non vediamo l’ora di sperimentare (…).

Cosicché, su consiglio di amici, decisi di iniziare a prendere in considerazione l’idea di partecipare a qualche gara, ma prima di cimentarmi seriamente in una vera e propria competizione podistica, pensai di iscrivermi alla Color Run di Milano. Ebbene fu così che, grazie alla passione per la corsa, conobbi quello che oggi è il mio ragazzo, Alessio, con il quale fu amore al primo click… su Instagram. Iniziò dunque una storia a distanza, con medesimi allenamenti a distanza e mezzemaratone in trasferta, a partire dalla “Cangrande Half Marathon” a Verona nell’ottobre 2014 fino alla “Stramilano Half Marathon” a marzo 2015.

Scopri il valore delle cose quando le perdi

Tutto procedeva divinamente, la corsa mi aveva fatto scoprire una nuova me, mi stava regalando grandi emozioni e mi aveva permesso di incontrare l’amore. Insomma tutto filava liscio… fino al 25 aprile 2015. Non scorderò mai quel giorno. Io e Alessio scendemmo di casa per un allenamento corto, ma non appena iniziai a correre avvertii un dolore acuto al ginocchio destro e, memore di quella frase che prima o poi ogni runner si sente dire nella propria vita “ascolta il tuo corpo”, istintivamente mi fermai.

Da quel momento lo stop dalla corsa e la trafila di esami medici fino ad arrivare alla diagnosi di “severa sindrome femoro rotulea”. Quattro parole che uno sportivo non vorrebbe mai sentirsi affibbiare. L’unica terapia sarebbe stata il potenziamento muscolare del quadricipite e, nel caso in cui non si fosse rivelato sufficiente, l’intervento chirurgico. Lo sconforto, la rabbia, la frustrazione, le lacrime e i pensieri negativi aumentavano ogni giorno che passava, con la convinzione che quel dolore non sarebbe mai cessato e che non avrei mai ripreso a correre.

Sembra incredibile, ma fino a che, all’improvviso, non ti ritrovi a doverti fermare, questo pensiero non ti passa nemmeno per la testa. Solo a quel punto ti accorgi della mancanza di ciò che fino a quel momento avevi dato per scontato: la sensazione di libertà, la sensazione di avere del tempo per me, la sensazione di pienezza interiore, la sensazione di alienazione dal resto del mondo, la sensazione di soddisfazione per essere riuscita a battere il mio record personale, la sensazione di vittoria, la sensazione di sentirmi viva.

E così, alle medaglie conquistate con fatica e determinazione nei mesi precedenti si affiancano sei gare saltate, a due delle quali tenevo particolarmente, la “Nike Women’s 10km Milano” e la “Valencia Medio Maraton Trinidad Alfonso”.

Finalmente, dopo 6 mesi di stop dalla corsa, di astinenza da endorfine e di noisissimo potenziamento del vasto mediale, nonostante il fastidio persistesse forte e chiaro, il fisioterapista mi diede il suo benestare per riprovarci (con il patto di alternare tratti di corsa lenta a tratti di camminata veloce), così a settembre decisi di mettermi in gioco partecipando, con il mio compagno, a “Una corsa da Re 10km” a Venaria come fosse un allenamento. So che vi aspettate di sentirmi dire che in quell’occasione provai sensazioni di pura gioia e di infinito sollievo, ma invece vi deluderò, dicendovi che ciò che sentii furono ansia e paura. Certo, non posso negare di essere stata felice, ma il costante monitoraggio mentale dello stato del mio ginocchio e la paura di percepire quel dolore sovrastarono di gran lunga la gioia di quel momento. E come previsto, la sera stessa il dolore tornò a farsi sentire.

Comunque sia, da allora non ho mai mollato e continuo imperterrita con gli esercizi di potenziamento muscolare, limitando la corsa ad un’unica uscita a settimana, poiché il ginocchio necessita di recupero.

Nonostante gli allenamenti siano pochi e brevi, sono riuscita a portare a termine la “Cangrande Half Marathon” lo scorso novembre e continuo a iscrivermi a mezzemaratone con il desiderio di potermi riscattare di quelle saltate lo scorso anno e nella speranza che il ginocchio non riprenda a farsi sentire qualche giorno prima della gara, come sta accadendo ora in vista della “Gensan Giulietta e Romeo Half Marathon”.

Oggi, a distanza di 10 mesi, vivo di alti e di bassi e con la sola consapevolezza che non potrò più tornare a correre ai “livelli” di prima, ma che devo essere grata di avere due gambe che mi permettono ancora di farlo.

È faticoso abbandonare l’idea di monitorare l’andatura mentre si corre, è dura accettare il fatto di non potersi allenare in un certo modo, di non poter più fare un tot di uscite a settimana, di non avere più la possibilità di fare le ripetute (per cui runners di tutto il mondo non odiatele, anzi amatele e fatele anche per me!), ma sarebbe molto più dura accettare l’idea di non poter più indossare le scarpe da running sull’asfalto.

Live, Love, Run.

Valentina Fava

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Ognuno corre come vuole, semplicemente, naturalmente. Semplicemente, naturalmente, Runlovers parla di cosa si parla quando si parla di corsa.

9 COMMENTI

  1. Bellissima testimonianza, grazie Valentina. Io non ero arrivata a correre la mezza maratona, la condropatia femoro-rotulea ha fermato anche me, ben prima di riuscirci. Ora rinforzo i muscoli ed esco a correre una volta a settimana, solo per il gusto di farlo, senza pensare alla velocità, ai km corsi, ma solo alla bellezza della natura circostante e al fatto che almeno posso ancora mettere le scarpette e provare il piacere unico che solo una corsa può dare. Non è come prima, ma mi accontento e vado avanti!

    • Valentina, mi dispiace immensaente, credo di sapere ciò che provi. Ti auguro di cuore di migliorare e riprendere meglio di prima. Non perdere la speranza. Un abbraccio.

    • Grazie, Giorgia. Complimenti per la tua tenacia! Sono convinta del fatto che accettare i propri limiti e ridimensionare i propri obiettivi rappresentano il primo passo verso la realizzazione di se stessi.

  2. Brava Valentina! Non mollare!
    Grazie per le tue belle parole, lette tutte d’un fiato perchè nella tua storia mi ci rivedo anche io.
    Sono ferma da metà gennaio per contratture e tendinite al ginocchio destro. Come scrivi tu, passa il tempo, non vedo miglioramenti, e mi scoraggio. Logicamente potrò tornare a correre, ma devo ancora avere pazienza. Le endorfine mi mancano molto!!

    • Grazie a te, Marta! Le endorfine sono un’arma a doppio taglio, purtroppo… tanto fanno bene quanto creano dipendenza, ahimè. Ma sono certa che potrai tornare presto anche tu a fartene una “scorpacciata”! 😉 Intanto, nell’attesa del ritorno in pista, pensa a prenderti cura del tuo corpo che, come dico sempre, è soltanto uno… In bocca al lupo!

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