La corsa è centripeta

Fin dall’inizio la corsa mi ha sempre portato verso qualcosa, ha aggiunto, ha arricchito, non ha mai sottratto.

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Ho iniziato a godermi la corsa con il profetico pezzo della Fiona Apple “I Know”, durante giornate glaciali come non se ne erano viste da molti anni.
Inizi a muovere due passi in croce in modo scoordinato, portato avanti più dallo stupore che da una reale convinzione.
Inizialmente ti copri più del dovuto, ti scopri in modo irrazionale, patisci caldo e il sudore in eccesso ti porta via perfino quella poca energia della testardaggine, oppure quello strato di stoffa che potrebbe salvarti da un vento di tramontana, semplicemente lo snobbi, quei giorni in cui ti sembra che tutto ti appesantisca senza ragione, e allora esci sguarnita di quell’isolamento necessario al clima rigido, e ogni ventata è una sferzata raggelante in cui ripensi con struggimento a qualsiasi tshirt e canottiera di qualsiasi materiale, fosse anche in iuta.

Nella corsa non sprechi niente

Il primo insegnamento della corsa è che tutto serve, e questo tutto lo rispetti come se fosse il primo fuoco del primo uomo sulla terra. Scopri, e su queste scoperte basi il tuo rinnovarti.
Inizi a sapere, appunto, e inizi ad utilizzare quello che impari in modo flessibile, in modo dinamico, acquisti un tuo nuovo ritmo, proprio come succede quando corri dopo qualche km e le gambe producono un’armonia che macina, esaurisce e rigenera a getto continuo.
Il mio inizio fu, come succede a molti, una sfida, una di quelle pensate semplici ma laboriose da conquistare e, come per molti, in un periodo molto difficile in cui ti mancano i punti di riferimento di sempre e l’istinto, fortunatamente, ti riporta sempre a casa, verso te stesso.
Correre non è cercare di sfuggire a qualcosa, cercare soluzioni all’esterno, delegare qualcosa o qualcuno per smollarsi delle responsabilità o, come spesso sento dire, un modo per non pensare e passare oltre.
Non in quel senso, la corsa per me non ha mai avuto quel significato.
La corsa è una forma di affermazione leggera (non superficiale), come quell’ardimento a cui vorrei sempre tendere di “planare sulle cose dall’alto” , diceva Calvino.
Per questo non l’ho mai vissuta come reazione rabbiosa, egoista, fine a se stessa.
La corsa fin dall’inizio, pure in quei momenti sgraziati che ci disegnano nei primi goffi tentativi, mi ha sempre portato verso qualcosa, ha aggiunto, ha arricchito, non ha mai sottratto, non ha mai significato privazione, bensì selezione delle cose importanti.
Corri mezzo km e poi dopo poco o tanto, non importa, ne corri 21, e ci arrivi con i tuoi tempi, con la tua maturazione e soprattutto con gioia mai conosciuta, una gioia inarrestabile che ti vuol far macinare non sempre più km, non solo quello perlomeno; è quella gioia che ti fa gustare ogni singolo passo che abbini ad una respirazione leggera, ad un sospiro davanti ad un falsopiano, ad una commozione davanti ad un orizzonte spazzato da luce e vento mai visti.

Run Forrest, Run!

Ad un certo punto è come trovarsi nella Sindrome Gump: rallenti, ti fermi e ti guardi intorno, ancora. E senti che la corsa su strada-pista-terra-sabbia ti porta altrove, ed è un qualcosa che non puoi ignorare perché, I Know, inizi a capire sempre qualcosa di nuovo.
E se la leggerezza ci guida fin dai primi passi in corsa, sarà poi la mescolanza a modellare materia nuova ed esaltante.
Inizi a provare ad abbinare corsa con camminata sostenuta in salite estremamente ripide, mentre senti i muscoli che assumono un’altra identità, un’altra stabilità e solidità, ed è come ascoltare un piccolo meccanismo perfetto.
Poi termina la salita e il terreno ripiana, e giusto il tempo di riassettare l’ingranaggio per ritrovare l’andamento giusto, e senti le gambe che ti chiedono di correre, magari ad un ritmo diverso dal primo tratto, e conosci un altro tipo di respirazione, e poi ti sfila davanti agli occhi uno scorcio che non riesci a cogliere in movimento, e allora ti fermi, e non è una bestemmia all’allenamento, alla corsa, alla camminata, all’uscita insomma.
Tutto si incastra perfettamente, è uno swing perenne che tira fuori il meticcio che è in noi, quell’alternanza di umori di cui spesso siamo “vittime” o increduli spettatori: questa è la magia della corsa che tira fuori dal cilindro il prodotto finito e luccicante della nostra articolata personalità, e scoprendolo lo sfida continuamente, lo leviga, lo sbecca, in sostanza ci fa respirare, ci fa stare in noi stessi per esser pronti a stare con gli altri.
Correre, camminare, fermarsi, accelerare, rallentare, ripartire ci fa arrivare a capire che la vita è tutta qui in questa rinnovata armonia che ti fa pensare I Know, pur sapendo che di lì a pochi minuti sarà tutto da rifare (e meno male).
La corsa non è mai una centrifuga vigliacca, ma uno strepitoso orizzonte centripeto.

(Photo credits Jared Erondu)

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3 COMMENTI

  1. “Nella corsa non sprechi niente” :)
    Articolo ben scritto, mi sono ritrovato in tutte le sensazioni ed emozioni descritte.
    Grazie Silvia!

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